Uno de primi cinque Martiri dell’Ordine di Francesco

Amplamente essendo state descritte , specialmente da Marco da Lisbona, le gloriose gesta di questo Martire illustre, e uno de’ pri­mi, che abbiano per la confessione della fede di Gesù Cristo onorato colla palma del santo martirio l’ordine Minoritario, noi altro qui non faremo, che ricapitolare, o poco più, quanto egli, ed altri Autori ne dissero ; e non potendo io, dirne ne di più, nè di meglio, di quello essi ne han detto. Il solamente sapersi, che questo gran Servo di Dio è stato un Martire di Gesù Cristo, e un’ardente Confessore della sua Di­vinità , e del santo suo nome, e come tale venerato dalla Chiesa , e onorato su gli Altari, esser deve più che bastante ad eccitare la nostra divozione verso di esso, e ad implorare il suo credito, e il suo patrocinio appresso la Maestà divina, ancorché s’ignorasse il tutt’altro della sua vita, e quello mai fece per giugnere a un grado così alto di perfezione, quale è quello di dare la propria vita per Gesù Cristo, e con che  ha grandemente onorato il Suo Ordine, e renduta sommamente gloriosa la sua Patria; e di cui ne può andar questa a gran ragione Santamente superba.

Nacque egli in Sangemino, e per quello abbiamo potuto sapere dalla famiglia detta de’ Bonanti (1) una delle più no­bili, e antiche del Paese, ma che però è da gran tempo estin­ta. S’ignora affatto come si chiamassero il Padre, e la Ma­dre ; de’ quali pare nondimeno, che non possa dubitarsi , che non fossero persone assai timorate di Dio, e che perciò . non si prendessero ancora tutta mai la cura, e attenzione possibi­le per bene allevare questo loro figliuolo, e incamminarlo per la strada della virtù.

Viveva a quella stagione il Serafico Patriarca Francesco, Istitutore della Religione de’ Frati Minori, il quale nel viag­giare che faceva da un luogo all’altro dell’ Umbria inferiore divertì più volte alla Terra di Sangemino, la quale ebbe perciò l’onore e di accoglierlo entro le proprie mura, e di ascoltarne le fervorose sue prediche, e di essere spettatrice del­la sua gran santità, e de’ suoi miracoli a prò de’ suoi Citta­dini , e di fabbricargli ancora, esso vivente, un Convento per i suoi Frati, appresso le proprie mura.   Quindi è, che  una volta in que’ primi tempi , non essendo per anche stato fabbricato il detto Convento, avendolo alloggiato un Be­nefattore suo molto divoto, e persona assai da bene, il quale aveva la moglie posseduta dal Demonio, il Santo colla forza delle sue orazioni lo fece fuggire, liberando Lei, e il Marito da quel travaglio ; ricompensando loro Iddio 1′ ospitalità praticata verso il suo servo (2).

Il nostro Pietro adunque avendo dovuto ammirare in esso la perfezione di quella sua vita tutta evangelica da lui rinuovata, e ristabilita maravigliosamente nel mondo, e che faceva dello strepito per ogni dove, si determinò di volerlo imitare. Che perciò nel tornare , che fece una volta il Santo da Calvi, conducendo seco un giovane per nome Berar­do, nativo di quel luogo, e passando per Sangemino , gli si presentò il nostro Pietro, e lo pregò di riceverlo all’ Ordine, e di aggregarlo nel numero de’suoi Seguaci, e de’suoi Discepoli. Il Santo avendo scorto con lume divino sin da quel punto quello sarebbe egli stato, prontamente ne lo compiacque, conducendolo seco in compagnia di Berardo per ammaestrarli ambedue nelle vie dello spirito, e nella scienza de’ santi, di cui era egli un’ eccellente Maestro (3).,

Benché s’ignorino le particolarità de’ suoi fervori nel nuo­vo genere di vita da esso intrapresa in que’ pochi anni, ne quali visse nella Religione, il progresso nondimeno, che egli fece in cosi breve tempo nella santità, fu tanto, e cosi rapi­do , che di già ne aveva toccata la meta, quanto altri appe­na incominciano a muoversi, come è facile  argomentarlo da quanto siamo or ora per dire.

Correva l’anno 1219, e perciò il settimo in circa di sua vestizione, in cui dal Serafico Patriarca fu tenuto nella Ma­donna degli Angioli il gran capitolo, detto delle Stuore, di quasi cinque mila Frati, fra i quali vi si trovarono ancora e il nostro Pietro, e il mentovato Berardo, ambedue già Sa­cerdoti, e forse tali ancora prima di entrare nell’ Ordine.

Or come che tralle altre disposizioni ivi fatte e risoluzioni presevi in esso dal Santo Padre , una fu quella, di mandare pa­recchi de’ suoi Frati in diverse parti del mondo a predicare , non che la penitenza ai Cristiani, ma la Fede eziandio agl’ Infedeli, così per tal’ardua , e pericolosa impresa fece la scelta di quei, che conobbe li più atti, li più fervorosi e accesi del desiderio di sagrificare la propria vita per la confessione della fede di Gesù Cristo. Fra questi furono li due men­tovati Pietro, e Berardo, che con molto piacere, e contento del santo Patriarca gli si mostrarono vogliosissimi di andare a patire tormenti, e morte per una causa sì bella: e il che far deve a noi tutta mai la ragione di crederli divenuti religiosi molto perfetti, e di una virtù consumata : giacche non può darsi, come Gesù Cristo ci avvisa, carità la maggiore , e perciò santità , e perfezione più grande, e più elevata di quella , che dare la propria vita per la salute eterna de’ nostri prossimi.

Chiamatili dunque a se ambedue con altri quattro il Beato Padre fece loro una breve, e fervorosa esortazione, e assegnato ad essi per Superiore un certo F. Vitale , inviolli alla volta della Spagna, occupata allora in gran parte da i Mori. Essendosi perciò eglino posti in cammino scalzi a piedi, e senza portar seco altra cosa, che la carità di Gesù Cristo, di cui erano ripieni, giunsero dopo molti disagi nel Regno di Aragona. Ma essendosi quivi ammalato gravemente Fra Vi­tale, e della quale infermità poi morì, gli altri cinque, Be­rardo, Pietro, Ottone, Accursio , e Adiuto proseguendo il loro viaggio se ne andarono a Coimbra, capitale allora dèl Porto­gallo; e da dove s’ inviarono poscia a Siviglia residenza di uno di quei Re Mori, dominanti a quel tempo nelle Spagne.

Giunti che furono colà, e ricevuti cortesemente. da un di­voto Cristiano nella propria casa, vi si trattennero otto gior­ni, stati spesi da essi in continue, e fervorose orazioni, rac­comandando a Dio con gran caldezza il negozio, per cui era­no andati, e pregandolo a dar loro forza, e il necessario co­raggio per proseguire, e terminare felicemente a sua maggior gloria, e per salute spirituale di quegl’ Infedeli la grande impresa. Dopo di che, essendosi consigliati insieme di quello avessero a fare, come condursi in tal faccenda, in un vener­dì a mattina, giorno festivo per i Maomettani, se ne anda­rono alla loro Moschea, dove era adunata grandissima quan­tità di essi Mori per fare la loro orazione, e tosto essendovi entrati, incominciarono con gran fervore a predicar loro la Fede di Gesù Cristo; “riprovando ad un tempo stesso come va­na, e falsa la legge di Maometto.

Ad un parlare siffatto, e proferito cosi all’improvviso, e con tanta arditezza in un pubblico concorso di popolo, da que’ cinque Stranieri, poveri, scalzi, macilenti, e male in arnese, se stordirono sulle prime que’ Mori, gli tennero non­dimeno per pazzi, e non ne fecero molto caso. Ma conti­nuando eglino tuttavia a predicare, ed esaggerare la lor cecità in professare la legge di un impostore, qual’era Maometto, si accesero tutti di tanto sdegno, che avventatisi loro addosso furiosamente con pugni, calci, bastonate, ed urtoni gli respinsero in dietro, e cacciarono fuori della Moschea. Benché allegri, e contenti que’ Servi di Dio per quel pri­mo incontro, che erasi lor presentato d’incominciare a pati­re per Gesù Cristo, s’ accorsero ben presto, che in un popolo pieno di fanatismo per la sua legge, e prevenuto sino dalla nascita per gli errori dell’Alcorano, e intestato per la stima, e difesa del medesimo, non dovea sperarsene alcun profitto, onde doversi prendere intorno a ciò altra strada , creduta più breve, e più adatta al disegno da lor conceputo. Questa era il tentare da prima la conversione del Re di quelle genti. Che perciò, essendosi avviati concordemente alla Corte, do­mandarono, ed ottennero udienza da quel Principe, dicendo di aver cose importantissìme da manifestargli e da non co­municarle che a lui solo.

Giunti alla sua presenza incominciarono intrepidamente a persuadergli, che abbandonata la falsa setta di Maometto do­vesse ricredersi dalle sue imposture, e abbracciando la Cristiana Religione, credesse in Gesù Cristo, e si battezzasse; con che assicurata avrebbe la sua eterna salute. Il Re che si cre­deva di dover sentire tutt’altro, tenendosi come schernito , e beffato, grandemente alterossi. Ond’ è che tutto fuori di se per la rabbia, chiamandoli uomini perduti, pazzi, e Sventu­rati, disse lor con fierezza : “ E come aveste voi tanto ardire, sciagurati, e infelici che siete, di venire alla presenza mia per dire queste parole senza fare alcuna stìma ne della mia corona, né delle vostre vite medesime, che dovreste perdere infallibilmen­te per le atroci bestemmie da voi proferite contro il mio gran Profeta “ ?  A cui i Santi risposero : “ Sappi , o Re, che Gesù Cristo è stato quello che ci ha mandati , e che ci ha comandato , dicen­doci : Andate, e insegnate a tutte le genti la vera strada della salute, e che battezzerete poi nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo ; mentre chi crederà sarà salvo , e chi non crederà, sarà  condannato. Or  l’ esser noi venuti a te, o Si­re, è stato , perchè essendo la Maestà Vostra il capo di questi Popoli, conosciuta che voi aveste la verità, potrete poi assai  facilmente farla conoscere ancora ad essi» A voi dunque si aspetta, o Sire, di accettar volontieri , e con allegrezza il benefizio , che Gesù Cristo vi fa coll’ offerirvi per nostro mezzo la sua Fe­de Santissima, e mediante questa ancora la sua grazia, e la sua amicizia col Regno de’ Cieli “.  Ma il Re in sentire tali cose , come se udite avesse le più atroci bestemmie, turandosi per orrore con ambe le mani le orecchie esclamò  “Oh uomini maledetti ! Al certo , che le vostre grandi sceleraggini vi devono aver condotto qua, perchè le paghiate ora tutte in una volta, nè vi sarà per voi altro rimedio che l’ un delle due, O che vi disdiciate di quanto pazzamente , e con tanta temerità , s insolenza avete, detto, abbracciando ancora la fede del nostro  gran Profeta ed io vi farò grandi, e ricchi nel mio Regno  che ricusando voi di far ciò , io vi caverò la pazzìa dalla testa col farvi crudelmente morire.  Ma que’ fervorosi Servi del Signore nè adescati dalla promesse , nè spaventati dalle minaccie, tosto gli soggiunsero : “ Se la vostra Legge, 0 Sire, fosse conforme al vero , ed al giusto , e non, com’ ella è, lorda , bugiarda, ed iniqua , e contraria eziandio al buon senso , e alla retta ragione , voi avreste qual­che ragione a volercela persuadere ; ma condannando essa all’ Inferno tutti quei, che la seguono, noi la detestiamo, nè perciò facciamo alcun conto delli vostri tesori, nè delle vostre grandez­ze , come nè tampoco delle vostre minaccie, e de vostri tormen­ti ; poiché tutte cose vane , e che passano in un baleno ; quan­tunque abbiano forza di affascinare il cuore , e la mente de’ seguaci di Maometto, sino a privarli di conoscere la vera luce, e con ciò evitare quegli atroci, ed eterni tormenti, a cui son destinati, e da quali, o Sire, vi scongiuriamo a liberare per tempo l’ anima vostra col credere in Gesù Cristo”.  Allora il Re montato in maggior furore, nè volendoli più sentire, diede ordine, che tolti di là fossero crudelmente ammazzati.

Fu indicibile la gioja de’ nostri Santi in ascoltare un si terribil comando; onde è che Pietro, e Berardo, per essere Sacerdoti, si diedero ad inanimare fervorosamente gli altri tre lor compagni a soffrire allegramente la morte , giacché il Signore in cosi poco tempo, e dopo breve combattimento, e travaglio voleva coronarli di una corona immortale, e cotan­to gloriosa per essi. Tuttavia però, essendo per allora restato pago il Signore di questo loro fervore, e ottimo desiderio, e riserbandosi a maggior pruove fece, che al figlio del Re essendo venuta compassione di loro, adoprossi presso del Padre efficacemente, ed ottenne, che fosse sospesa la sentenza di mor­te; onde è, che furono imprigionati per allora, per poi ve­dere ad altro tempo la loro causa. Erano eglino stati rinserrati in una Torre : ma la brama di convertire quegl’ Infedeli era in essi cosi ardente, che sembrando loro, come impossibile, il contenerla, salirono sulla più alta cima della medesima, e da i merli predicavano a tutti quei, che passavano di là sotto. Il che essendo stato ripor­tato al Re , li fece rinchiudere in un’altra, e nel più profon­do di essa, e sotto terra, dove stettero lo spazio di cinque giorni sempre in orazione, e raccomandando le loro anime al Signore. A capo de’ quali avendoli il Re fatti ricondur­re alla sua presenza incominciò di nuovo a tentarli sulla lor fede con più grandiose promesse, e con maggiori minaccie, ma scorgendoli sempre più costanti, e risoluti che mai di mo­rire per Gesù Cristo, e che non cessavano di abborrire, e detestare Maometto, e la sua legge ; consigliatosi intorno a ciò co’ suoi Grandi , li fece imbarcare , e spedire alle Terre de’ Cristiani; mal’imbarco essendo per Marocco , per divi­no volere furono colà trasportati, giacché Paese ancora questo occupato da’ Mori, e dominato dal Re Miramolino (4).   Del gran Martire, e Vescovo S. Ignazio sappiamo, essere stato cosi acceso, e ardente il desiderio e la voglia di morire per Gesù Cristo, e per la confessione del santo suo Nome, che dando avviso a i Fedeli di Roma della sua andata colà per essere esposto nell’ Anfiteatro alla crudeltà delle Fiere , non solamente pregali a non impedirgli in alcun modo quella glo­ria, e quell’onore, ma gli assicura, che semmai quelle bestie feroci avessero voluto rispettarlo, come rispettati aveano tanti altri Martiri, e perciò ricusato di offènderlo, egli le avreb­be stuzzicate, agitate, e ancor violentate a divorarlo. Or da un simigliante ardore , e acceso desiderio di conseguire il martirio sembra, che fosser animati eziandio il nostro Pietro, e i suoi compagni, come evidentemente si renderà manifesto da quel tanto posero eglino in uso per tal’effetto ; stuzzicando, e violentando in tutti i. modi, e in tutti gl’incontri la rab­bia , e la fierezza de’ Mori contro se stessi per essere fatti martiri di Gesù Cristo col predicarlo ad essi, ed esortarli ad abbracciare la santa sua Legge, abbandonando quella di Mao­metto,  Che perciò : arrivati che furono eglino a Marocco , Cit­tà capitale di quell’Imperio moresco (5), incominciarono subito ad annunziare per le contrade, e strade della medesima Gesù Cristo. Ed avendo saputo, che il Re Miramolino era fuori alla visita de’ Sepolcri de’ suoi Maggiori, si posero ad aspettarne il ritorno sulla pubblica strada» Non appena lo viddero a comparire , che salito un di loro su di un poggetto per essere meglio inteso, e veduto, diedesi ad alta voce ad annunziare l’evangeliche verità. Sorpreso il Re ordinò tantosto, che fossero presi tutti cinque, ed esiliati nelle Terre de’ Cristiani.  Accadde però, che essendo condotti a tal’ effetto verso Ceuta , per ivi imbarcarli pel Portogallo, s’invola­rono all’ improvviso agli occhi di quei, che li conducevano, e se ne tornarono a Marocco, ponendosi a predicare nella pubblica Piazza, Ciò saputo dal Re gli fece subito impri­gionare, ordinando, che non si dasse loro ne a mangiare, né a bere, e in tal modo passarono venti giorni, ma sostentati dalla Divina Grazia.  A capo de’ quali , sentendo il Re, ch’ erano per anche vi­vi, se gli fece presentare.   E vedendoli con sua gran mara­viglia cosi vegeti, e in istato di salute assai meglio, che per lo innanzi, domandò a F. Berardo, che intendeva bene l’ idioma arabico, chi avesse dato loro a mangiare in tutto que­llo tempo.   A cui Berardo rispose, che tutte le volte si fosse egli voluto render Cristiano, avrebbe ancora facilmente compreso, e saputo, come Dio colla sua onnipotenza può sostentare ancora senza cibo corporale i Servi suoi.   Ma il Re sen­za dir altro li fece consegnare a i Cristiani, da’ quali furono serrati in una casa per poi rispedirli di nuovo verso Ceuta, e con ciò liberarsi ancor essi dal timore di qualche disgrazia , che lor potesse avvenire per cagion de’ medesimi.   Gli rispe-dirono in fatti con ogni cautela a quella volta: ma quando furono alla metà del viaggio, ecco fuggirsene di nuovo da quei che l’accompagnavano improvvisamente, e tornarsene a predicare a Marocco.   La qual cosa risaputa da’ Cristiani di quella Citta, temendo qualche tumulto di que’ Mori anche contro se stessi , “e di poter tutti pericolar nella vita, li pre­sero , e rinserrarono con buone guardie dentro un Palazzo.   Ma perchè la condotta tenuta da questi Servi del Signore sembrar doveva agli occhi del Mondo per grandemente im­prudente e temeraria, e giudicata un’effetto di furiosa pazzia, o di fanatismo, volle Dio con un prodigio stupendo autenti­care la loro missione per un’opera sua, e che ciò, che essi facevano non era, che un’ effetto, e un’ impulso dello Spiri­to Santo, che li moveva interiormente ad agire in quella guisa, e con quel fervore. Accadde dunque, che in questo mentre gli Arabi facessero un irruzione nel Regno di Marocco per depredarlo, e farvi altri mali. Ciò saputo dal Re adu­nò subito un esercito e accompagnato da parecchi Cavalieri Pòrtoghesi, che trovavansi allora alla sua corte, andò a respingerli e data loro battaglia, ne ottenne una completa vittoria. Ma avendo voluto incalzarli dappoi con troppo vigore, e assai da lontano, si trovò impegnato con tutto l’esercito in una val­le talmente sterile, e del tutto arsa, e deserta, che non vi era tampoco una goccia d’acqua da poter bere; per lo che morivansi tutti e uomini, e animali di una cocente sete, e ciò senza rimedio* (6).

In tale stato di cose, ecco a comparire colà improvvisamente i nostri Santi, che in quel general movimento, e turbazione, in cui si pose tutta la Città di Marocco alla nuo­va degli Arabi per andar loro incontro, e respignerli, era ad essi riuscito” di sortire da quel palazzo, dove erano stati rinchiusi, e incamminaronsi dietro 1′ Esercito colla mira di assistere a i feriti, e agl’infermi, e con tal mezzo guadagnare forse ancora qualche anima a Gesù Cristo. Vedendo eglino dunque lo stato compassionevole, e infelice, in cui era tutta quella gente ne rimasero grandemente commossi : e preso il buon punto nondimeno, sulla speranza di averli a convertir tutti , o la maggior parte, si offersero in pubblico animosamente, che volendo eglino abbandonare la Legge di Maometto  e credere in Gesù Cristo avrebbono ottenuta in quel punto quant’ acqua avesser bramata. La qual proposta essendo stata riferita al Re: “ Anzi per questo appunto, disse egli, ci è avvenuto così grave gastigo, perchè non abbiamo vendicate in questi scellerati le grandi ingiurie, ed enormi bestemmie proferite da essi contro il nostro gran Profeta.

Ad onta nondimeno dell’ ostinata perfidia di quel Principe , e a riguardo ancora di quei Cristiani, che erano in quell’ esercito, volendo i nostri Santi far conoscere a tutti coloro 1′ onnipotenza di Dio, l’eccellenza di nostra Fede, e di qual merito, e forza ella sia, si rivolsero a Dio coll’ orazione, e lo pregarono a degnarsi di confondere la cecità, e perfidia di quegl’ infelici Maomettani. Dopo di che uno di loro preso un bastone fece con esso una picciola fossa in terra, d’ onde ne scaturì subito una fonte d’acqua limpidissima , e in tan­ta copia, che fu sufficiente a dissetare non solamente quel numeroso Esercito, e le loro Bestie, ma a caricarne ancora per lo ritorno, che far doveano alla Citta. Il che fatto, perchè fosse più evidente il miracolo, la fonte subito si seccò.

Grandissima fu l’ammirazione, che cagionò un tal miracolo ne’ Cristiani, e maggiormente ne’ Mori, per lo che affollavansi tutti a gara intorno ad essi per toccare, e baciare per lo meno i loro abiti ; onorandoli, e venerandoli come veri servi, e amici di Dio. Solo il Re Miramolino, qual altro Faraone alla vista di un prodigio si manifesto , e si chiaro, e di cui era stato spettatore non men esso, che tutto il suo popolo, rimase duro, e ostinato nel proprio cuore, e confer­mato nella sua perfidia : e non che diminuire, accrebbe anzi lo suo odio-, e livore verso di quelli. Se ne accorsero i Cristiani di Marocco; onde ebbero per meglio, fatto, a cautela migliore di rinserrarli di nuovo nel primiero palazzo con buo­ne guardie, acciò nè il Re, nè i Mori avendo occasione di vederli, nè di sentirli si smorzasse a poco a poco quell’ ira s che contro di essi bolliva loro nel petto.   Ma qual’ è mai quella forza creata, che impedir possa l’ infinita dello Spirito Santo, o in qualche modo resistergli? questi è d’uopo, che operi, nè può starsi un momento solo ozioso in quelle ani­me , delle quali ottiene un fortunato possesso, facendole agire con tutto mai il vigore, a dispetto di quante opposizioni sa mai inventare, e porre in uso l’Inferno d’accordo colla car­ne, e col mondo suoi fedeli alleati.

Quindi è, che sebbene il nostro Pietro co’ suoi Compagni si vedessero trattati con tutta mai la venerazione, e rispetto, qual’ era dovuto alla loro virtù, e al loro merito ; e del che però non curavano punto, che anzi abborrivano estremamen­te ; al considerar nondimeno di dovere stare cosi oziosi, e rinchiusi in quel palazzo, e guardati a vista, senza poter proseguire la grand’ opera, per cui erano stati da Dio spediti sin là dall’ Italia, li affliggeva oltre modo. Riuscì loro alla fi­ne il sortirne nascostamente, e di darsi di bel nuovo all’ usato uffizio della predicazione. Ma essendosi incontrato in quel mentre a vederli, e sentirli il Re, gli si riaccese lo sdegno nel petto, e l’odio nel cuore talmente, che fattili arrestare in quel punto stesso , li fece consegnare ad Abozaide suo principal ministro con ordine di farli tosto giustiziare. Ma siccome erasi quelli trovato presente al miracolo dell’acqua, poco fa raccontato, e concepita perciò verso di loro una grandissima stima, si trovò molto imbarazzato per l’esecuzione del co­mando. Tanto fece nondimeno, e adoprossi colla mezzanità del figlio del medesimo Re, e con quella dell’Infante D.Pie­tro Principe di Portogallo, dimorante allora colà in quella Corte, che ottenne di poterli mandare a Ceuta sotto la scorta di un distaccamento, ed ivi imbarcarli per le Terre de’ Cristiani. Ma che ? In quella notte medesima , in cui giunti erano a Ceuta, se ne fuggirono nuovamente, come le altre volte, e se ne tornarono a Marocco a predicare.

Fu però tale, e tanta la commozione, e’1 furore di quel popolo nel sentirli a biasimare così pubblicamente Maometto, e la sua legge, che si gettarono con impeto loro addosso ; ed oltre al farne il più tristo, e bestial governo con pugni,  cal­ci, bastonate, sassate , e gettarli per terra, e calpestandoli quasi bruti animali, li trascinarono cosi mal conci, e insanguinati al Tribunale del primo Visire , chiedendo  tutti ad alta voce, che come empj, e bestemmiatori,  sagrileghi del loro Profeta,  li facesse morire.   Il Giudice dagl’ interrogatorj lor fatti avendo compreso la loro fermezza, e costanza  nella Fede di Gesù Cristo , e quanto pronti a morire per essa , con un abborrimento estremo alla Setta di Maometto, li fece spogliare, e battere crudelmente, e poi stropicciare le lor piaghe con aceto, e sale. Dopo di che, feceli dare in balia al popolac­cio , perchè se ne vendicasse a suo, piacere.   Non può certa­mente spiegarsi abbastanza il crudele  scempio , che  ne fecero quelli inumani. Li trascinarono per lunga pezza per terra di qua, e di là sopra i sassi, e vetri  rotti, sino a che i loro corpi addivennero  tutt’ una piaga,  grondando sangue d’ ogni parte ; facendo a gara ciascuno a chi sapeva più crudelmente trattarli, ed offenderli, e aumentare, le loro piaghe.   Non mancavano però eglino infrattanto, come vittime destinate al macello , di patire con allegrezza grande tutti quei strazj, di darne gloria, e ringraziamenti a Dio, confessando intrepida­mente Gesù Cristo in mezzo a’ loro tormenti.   Ed essendo già mezzi morti, furono finalmente ricondotti in carcere, dove, come se non fosse avvenuto loro male alcuno , passarono tutta la notte in lodare, e ringraziare Dio, ed incoraggirsi 1′ un l’ altro a nuovi, e maggiori tormenti.   Ma quel Signore, che si compiace estremamente di mirare dall’ alto a combattere da forti i servi suoi, e che aveva somministrato ad essi l’ajuto, e vigor necessario a patir tanto, volle ancora dar loro un contrassegno sensibile dell’ amor suo. Che perciò, in quella notte medesima apparve loro in mezzo ad una risplendentissima luce, che cangiando quell’orrido e fetido luogo in un Paradiso, li racconsolò dolcemente promet­tendo loro ogni più valida assistenza sino che terminata fosse la loro battaglia, la di cui ricompensa non era che assai vici­na : il che detto disparve, lasciandoli ricolmi di una gioja la più dolce, e la più esuberante. Le guardie, che erano ivi vicine si accorsero dello splendore, e sembrò loro di vedere in esso molte persone, a tal che temettero, che avessero condotti via seco loro i prigioni. Ma avendoli intesi poi a cantare quasi tutta la notte  si riassicurarono ; e andati la mattina a vederli, li trovarono in orazione , e tutti allegri, come se non avessero avuto mai male alcuno.

In questo mentre però , essendo tornato il Re Miramolino in Città , e informato dell’ accaduto il giorno innanzi in rapporto ai * nostri Santi, si risolvette di voler terminare da per se stesso in persona quella causa, o di convertirli o vero di ammazzarli: fatta perciò questa deliberazione , se li fece condurre cosi mal conci come erano, a’ quali disse: “ Orsù, cosa voi bramate , e volete più : essere miei nemici, e ribelli, e perciò come tali di avere a morire crudelissìmamente ; ovvero miei amici carissimi, e i primi del mio Regno ? “ Alla qual proposta risposero i Santi: “Ch’ egli poteva, e doveva tenerli per suoi veri, e sinceri amici, e gli più interessati per il suo bene , mentre erano venuti da sì lontan Paese a questo unico og­getto di giovare a lui, e a tutto il suo Regno, perchè non avesse egli a perdersi eternamente con tutti i suoi Sudditi”. Al che non sapendo il Re che replicare, si consigliò co’ suoi gran­di. Dopo di che fece ad essi di nuovo delle generose offerte, di ricchezze, di onori, e di piaceri: ma eglino facendosi beffe di tutto, come cose vane, caduche, e di verun conto,. si posero ad esaltare la santità del Vangelo, e 1′ eccellenza della, legge purissìma,, e perfettissima di Gesù Cristo ; col detestare all’ incontro, e biasimare quelle di Maometto, come tutta carna­le , e repugnante al buon senso, e alla retta ragione. Laonde1 il Re essendo già persuaso, e convinto di lor costanza, e che perdeva con essi il tempo e la fatica, si deliberò di ammaz­zarli egli stesso colle proprie mani.

Gli fece dunque condurre nella piazza, dove affollossi allo spettacolo una moltitudine grande di popolo, e dove compar­ve poco appresso il Re Miramolino, e fattili porre tutti cin­que in ginocchio colle mani ligate dietro le spalle, e distanti 1’uno dall’ altro, prese nelle mani una scimitarra, e ripieno d’ ira, e di rabbia, rivolto al popolo colà concerto disse ad alta voce : “ Io voglio colle mie proprie mani fare le vendette del nostro S. Profeta, e dello scherno , e dispreggio, che costoro hanno fatto di esso , e della sua santa Legge “ . Il che detto scaricò furiosamente, e a tutta forza di braccio un fendente sulla testa di ciascheduno, spaccandole ciascuna sino al mento. Con che addivennero il nostro Pietro co’ suoi quattro compagni Martiri gloriosi di Gesù Cristo, e i primi, che coll’ effusione del proprio sangue onorassero in tal guisa l’Ordine Minoritano, vivendo per anche il Serafico Istitutore Francesco : e il che avvenne alli 16  di Gennajo dell’ anno 1220.

I loro corpi restati ivi esangui, e a discrezione del Popo­laccio furono straziati in mille guise, e poi gettati in mezzo ad un gran fuoco. Ma non volle Dio, che restassero offesi dalla fiamma in un sol capello. Tuttavia que’ Barbari ancor­ché vedessero un tal miracolo, pria che restarne commossi, si sforzarono colle loro sciabole di ridurli in minutissimi pezzi. Iddio però che veglia alla custodia, e conservazione sin anche dell’ ossa de Servi suoi ; e che se tarda la vendetta sopra de’ suoi nemici, poi la raddoppia, fece all’ improvviso scendere dal Cielo tale , e così grande impetuosa tempesta di grandine, accompagnata da tuoni , lampi, e saette cosi frequenti, che que’ Mori tutti spaventati, e atterriti, se ne fuggirono più che di fretta alle loro case, dentro le quali non si teneano  tampoco sicuri. Allora i Cristiani avendo preso animo confidando in Dio, e nella protezione di que’ santi Martiri, uscirono animosamènte dalle loro case, dove per timor degl’ Infedeli eransi dapprima rinchiusi , si diedero a raccogliere quelle san­te membra sparse in qua, e in là, che conservarono decente­mente. Dopo di che postele insieme in. due casse le trasportarono nella Città di Coimbra in Portogallo, e collocate nella Chiesa di S. Croce, ivi sono tuttora conservate.

Numerosissimi furono i miracoli, che Dio operò allora, ed ha continuati ad operare dappoi per i loro meriti. Dal che mosso Sisto Papa quarto ducento sessant’ anni dopo canonizzolli, che fu nell’anno 1481. assegnandone la festa, e l’uffi­zio alli 16 di Gennajo, che stato era il giorno del loro  glorioso martirio.

RIFLESSI MORALI.

Che vivezza mai di Fede , che fermezza grande nello sperare , e che amore ardentissimo per Gesù Cristo si è do­vuto ammirare nella condotta tenuta da questi Santi !  Vanno con ardore stupendo a cercare la salute eterna delle Anime, state ricomprate col sangue preziosìssimo di Gesù Cristo, e a procurarsi con tal mezzo un crudele martirio : nè sanno tro­vare mai quiete sino che Iddio non ne fa loro la grazia. Quando si ha una Fede pura, una speranza certa, e che si ama da dovvero Gesù Cristo, nulla si sperimenta di rincrescevole, e duro nell’osservanza della sua santa Legge, e del suo Vangelo, ma tutto riesce facile, e tutto dilettevole. Si riguar­da la vita presente come un esilio, a cui siamo condannati in pena del peccato di Adamo , e dove Dio ci ha posti per provare la nostra fedeltà, la nostra ubbidienza, e il nostro amore verso di lui, per cosi aver motivo di darci que’ beni infiniti, che a tal’effetto tien preparati colassù in Paradiso : e perciò un vero Cristiano, che sia penetrato intimamente da queste verità non fa il menomo caso de’ beni, e delle ricchez­za di questo mondo, non ne cura le consolazioni, si fa beffe delle grandezze  ed ha in orrore i piaceri ; perchè tutto è vanità

(1) Nell’antica facciata della Chiesa di S. Gio. Battista di S. Gemino,  la quale fu Collegiata, e servita da  quattro Canonici, e un’ Arciprete sino all’anno 1346., in cui essendone stati   tolti dal Vescovo di Narni Agostino  Tinacci Fiorentino dell’Ordine di S. Agostino , fu conceduta ai Religiosi del medesimo Ordine, vi si legge in un marmo la seguente iscrizione :

+ANNI . AB INCARNATIONE MILLE OCTVAGINTAIIII

VI < OCTVB. OBIIT PETRVS DE BONANTI

Ancora Fanusio Campano, Autore molto stimato , come si ha dal Gam berti (a) , lasciò scritto delle nobili, e   antiche Famiglie di Sangemino (b)- In Oppido SanBigemini funt nobiles de Cafuntiis, antiquissima famili a : de Phadulphis; de Fattibonibus ; de Gru mulìs, & de Bonantibus.   Sunt ant quifsima, & tempore Longobardorum

Ora però tutte esiinte

a) In tratl. apolog. Sanguin. hai. par. 2. , art. 9. , num. 15. , pag. 305.

(b) Fanuf.Campan.de famil.Itllustr. lib. 4. cap, 16.

(2) Di questo miracolo operato da S. Francesco in Sangemino ne parlano i più antichi Scrittori della sua vita e delle Croniche dell’ordine Minorità no, e specialmenre Marco da Lisbona (a) ed il Pisano (b) , che lasciò scritto : In Castro Sactigemini parlan- do del detto Santo Patriarca, praedicatione facta a quodam viro devoto susce ptus kofpitio<3 cujus uxor a Demonio    io), , vexabatur ,. posi orationem- in virtute obedientia Demoni imperando , ut exi ret, eum-Divina Poteflate tam subito ejfugavit, ut vere clarefceret, quod ebe dientiA fanBis vertute pervicacia De morite; non oèsijtie,. Ciò replica anco ra non molto dopo nella enumeralo» che fa de’ Conventi dell’Ordine 5 nella Provincia dell’ Umbria, dicendo, Locum SanBigemini, in quo B. Fran­ilo t e cifcus uxorem cujujdam fui hofpitis a Demonio, aquovexabatur, libera^it (e).

(a)  Cron. Min. Tom. i. cap.j. Hb. 3-pag.^^g. (b) lib. Conform.S. Frane, fruB. X., fot. \ col. 4.. (c) loc.  pag. 121.

(3) Gli atti di questi Santi, eflendò stati fcritti nel tredicefìmo secolo, in cui erano in voga grandemente le abbreviature, oltre alla qualità de caratteri assai mal formati per Teccessiva frefta5 con cui apprendevasi a seri vere,, speci al*-