| PROTOMARTIRI FRANCESCANI |
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In questa sezione abbiamo l'ardire di proporre tutta la letteratura sino a qui pubblicata sui nostri martiri ternani.
Abbiamo realizzato il Cammino dei Protomartiri Francescani, ora intendiamo dare la massima diffusione della loro testimonianza. I SANTISTORIA DEI SANTII santi Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto, venerati come santi dalla Chiesa cattolica, sono denominati anche Protomartiri Francescani essendo i primi martiri dell'Ordine francescano, uccisi in Marocco il 16 gennaio 1220. Le loro spoglie sono conservate nel Santuario della Chiesa di Sant'Antonio da Padova a Terni Berardo suddiacono, Pietro, Ottone sacerdoti e Adiuto e Accursio frati laici, provenienti da località adiacenti alla città di Terni, tra i primi ad abbracciare la vita minoritica, furono i primi missionari inviati da Francesco d'Assisi nelle terre dei Saraceni. Da prima si portarono a Siviglia, in Spagna, dove iniziarono a predicare la fede di Cristo nelle moschee. Vennero malmenati, fatti prigionieri e condotti davanti al sultano Miramolino, in seguito trasferiti in Marocco con l'ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto continuarono a predicare il Vangelo, per questo furono di nuovo imprigionati e dopo essere stati sottoposti più volte alla fustigazione, decapitati il 16 gennaio 1220. Francesco, all'annuncio dell'uccisione dei suoi frati esclamò: «Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori». Le salme vennero trasferite a Coimbra, in Portogallo. Antonio di Padova ne fu testimone e avendo apprezzato molto il loro gesto eroico si convinse ad entrare nell'ordine dei Francescani. Vennero canonizzati nel 1481 da papa Sisto IV, anch'egli francescano, il 7 agosto 1481, con la bolla Cum alias. BOLLA CUM ALIASBullarium Franciscanum, n.s. tomus III (1471-1484), p.740. Concedit fratribus Minoribus eu die 16 ianuarii in suis ecclesiis, publice et solemniter, missas celebrant et officium recitent de BB. Berardo, Petro, Othone, Accursio et Adiuto, protomartyribus esiudem ordini. 1481, augusti 7, Romae Universis fratribus ordinis Minorum dilectis filiis ubicumque morantibus seu moraturis. Cum alias animo revolveremus merita BB. martyrum Berardi, Petri, Othonis, Accursii et Adiuti, qui ex ordine fratrum Minorum, sub quo et Nos coluimus, fuerunt, qui post multa tormenta sub rege Marochiorum pro Christo mortem subierunt et martyrii palmam gloriose promerentes, plurimis miraculis in ipsa morte et post claruerunt; ex quo incensus B. Antonius de Padua ex ordine Canonicorum Regularium, in quo tunc erat, ad ordinem ipsum fratrum Minorum se legitur transtulisse: concessimus ex auctoritate apostolica et benignitate, vivae vocis oraculo, ut fratres praedicti ordinis Minorum possint publice et solemniter celebrare in suis ecclesiis missas et horarum officium de supra memoratis sanctis martyribus. Verum, cum frequenter adversarius inimicus humani generis nitatur bona et sancta opera perturbare, ne tam divinum et pium opus possit aliquis in posterum impedire, tenore praesentium, ex certa scientia, auctoritate apostolica, concedimus, quod praedicti fratres Minores ubique solemniter et publice officium plurimorum martyrum pro ipsis Berardo, Petro, Accursio, Adiuto et Othone sub officio duplici maiore ac etiam XVI ianuarii, qua die ab hoc saeculo per martyrum decesserunt, libere ac cum sana et serena conscietntia dicere ac celebrare possint, inhibentes praefata apostolica auctoritate, ne quis huic nostrae concessioni audeat se opponere. Non obstantibus in contrarium facientibus quibuscumque. Praeterea, quia difficile esset praesens breve ad omnia loca deferri, columus, ut illius transumpto, alicuius publici notarii manu subscripto et sigillo generalis dicti ordinis vel vicarii generalis fratrum Minorum de Observantia munito, ea prorsus fides adhibeatur, quae adhiberetur si idem praesens breve originaliter ostenderetur. Datum Romae apud S. Petrum, sub annulo Piscatoris, die VII augusti 1481, … anno X. Raccolta delle Bolle Francescane, n.s. tomo III (1471-1484),p. 740 Permette ai frati Minori che nel giorno 16 gennaio nelle loro chiese, pubblicamente e solennemente celebrino messe e recitino l'ufficio riguardo i Beatissimi Berardo, Pietro, Ottone , Accursio e Adiuto protomartiri del medesimo ordine. Roma, 7 Agosto 1481 A tutti i frati diletti figli dell'ordine dei Minori ovunque si trovino, ora e in futuro. Considerando nondimeno quali furono i meriti beatissimi dei martiri Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto, i quali appartennero all'ordine dei frati Minori nel quale anche noi abbiamo praticato e vissuto, i quali dopo molte torture ad opera del re del Marocco per Cristo andarono incontro alla morte e meritarono gloriosamente la palma del martirio, nella stessa morte e in seguito brillarono di numerosi miracoli; acceso da questo evento si legge che il Beato Antonio da Padova sia passato dall'ordine dei Canonici Regolari, in cui allora si trovava, allo stesso ordine dei frati Minori: abbiamo concesso con Benevolenza e con l'Autorità apostolica, con sentenza indiscutibile che i predetti frati dell'ordine Minore possano pubblicamente e solennemente celebrare nelle loro chiese le messe e l'ufficio delle ore riguardo ai santi Martiri sopra ricordati. E in verità, poichè spesso il nemico avversario del genere umano cerca di scompigliare le buone e sante azioni, affinchè qualcuno in futuro non possa ostacolare un'opera tanto pia e divina, con il presente disposto, secondo la scienza certa e l'autorità Apostolica, concediamo che i predetti frati Minori ovunque solennemente e pubblicamente possano in libertà e con sana e serena coscienza, applicando l'invocata autorità Apostolica, recitare e celebrare l'ufficio dei numerosi martiri anche per gli stessi Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone nel duplice ufficio Maggiore e anche il 16 Gennaio, nel qual giorno morirono per effetto del martirio. Che nessuno osi opporsi a questa nostra concessione e che nessuno faccia nulla per opporvisi. Inoltre, poichè era difficile che la presente fosse diffusa ovunque, provvediamo a che, in copia, con sottoscrizione di qualche pubblico notaio e con il sigillo dell'ordine o con certificazione del vicario generale dei frati Minori, questa festa Cristiana si diffonda e sia diffusa qualora la presente Bolla sia mostrata in originale. Dato a Roma in S.Pietro, sotto l'anello del Pescatore, nel giorno 7 Agosto 1481, ... anno X SANTUARIODECRETO DI ELEVAZIONE A SANTUARIOVINCENTIUS PAGLIA DEI GRATIA ET APOSTOLICAE SEDIS EPISCOPUS INTERAMNENSIS-NARNIENSIS-AMERINUS Questo tempio fu edificato in onore di sant’Antonio, il quale, secondo la tradizione, per raggiungere Assisi sia passato nel territorio dell'antico abitato di Interamna. Già verso il 1218 san Francesco fu presente in questa parte dell’Umbria e in seguito alla sua predicazione penitenziale-esortativa alcuni vollero unirsi ai frati Minori, tra cui Berardo da Calvi, Pietro da Sangemini, Ottone da Stroncone, Accursio e Adiuto. Raggiunta Assisi furono inviati in missione presso i saraceni, e precisamente i mussulmani del Marocco; raggiunsero il Portogallo e si fermarono a Coimbra, nel Monastero di Santa Croce. Si imbarcarono poi dalla Spagna per il Marocco con don Pedro, infante di Portogallo che li accolse nella propria casa a Marrakech. Qui, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle vie e nelle piazze. Condotti dinanzi alle autorità locali e imprigionati, furono rilasciati con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo! Ma continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo e per questo furono crudelmente torturati e infine decapitati il 16 gennaio 1220. Quando la notizia raggiunse san Francesco questi esclamò: «Ora posso dire di avere veramente dei frati Minori». In fondo essi ottennero la palma del martirio, ossia della testimonianza radicale del Vangelo fino a dare la vita, e questo non fu l’ultima motivazione che spinse lo stesso frate Francesco a recarsi in Oriente dove incontrò il sultano Malek-el-Kamil. Quando i corpi dei cinque frati uccisi a motivo della fede dal Marocco giunsero a Coimbra, la loro testimonianza impressionò talmente il canonico agostiniano Fernando da Lisbona, che volle entrare nei frati Minori onde anche lui conseguire la vittoria del martirio, verso il quale aveva una grande ammirazione come testimoniano alcuni passaggi dei suoi Sermoni. Prendendo l’abito minoritico, cambiò anche il nome in quello di Antonio e imbarcatosi verso le terre del Marocco, a motivo di un naufragio si ritrovò in Sicilia, da cui raggiunse Assisi per partecipare al Capitolo dei frati Minori. Incontrato san Francesco presso la Porziuncola, al termine del raduno, dopo un periodo di vita eremitica, raggiunse Padova dove si dedicò alla predicazione fino alla sua morte; canonizzato nel Duomo di Spoleto da papa Gregorio IX sarà ricordato come sant’Antonio di Padova e il suo culto ebbe una diffusione straordinaria. La tradizione vuole che per raggiungere Assisi passò anche per il territorio di Terni-Narni-Amelia e in questo modo restituì quanto ricevette dalla testimonianza dei Protomartiri francescani. Parafrasando un’espressione dei primi secoli cristiani, possiamo dire che “il sangue dei protomartiri francescani fu il seme della vocazione minoritica di sant’Antonio di Padova” in onore del quale il nostro predecessore Cesare Boccoleri eresse questa chiesa consacrandola il 13 giugno 1935 e al cui interno noi oggi collochiamo le reliquie dei Protomartiri giunte appositamente dalla Diocesi di Coimbra. La partecipazione assidua ai sacramenti da parte dei fedeli, che dalla città e dal circondario continuano ad accorrere in questo luogo, nonché la santità che queste mura richiamano, mi permettono oggi 13 giugno 2010, nella ricorrenza dei 790 anni dal martirio dei santi frati minori Berardo da Calvi, Pietro da San Gemini, Ottone da Stroncone, Accursio e Adiuto (1220-2010), di elevare questo edificio a Santuario antoniano dei Protomartiri francescani Si concede l'indulgenza plenaria, secondo le disposizioni della Penitenzieria Apostolica a chi si reca in questo luogo con atteggiamento personale di conversione, alle solite condizioni: il 16 gennaio, festa dei Protomartiri Francescani; il 13 giugno, solennità di sant’Antonio; il 2 agosto, per il Perdono d'Assisi; il 4 ottobre, solennità di san Francesco d'Assisi e una volta all'anno in un giorno scelto dal fedele. E poiché tutto il territorio di Terni fu santificato dalla presenza di questi santi francescani, oggi è possibile chiamare a pieno titolo questo lembo di terra umbra la Valle dei Protomartiri, incastonata tra la Valle Spoletana, tanto cara al Santo di Assisi, la Valle Santa di Rieti e la Tuscia Viterbese che a Bagnoregio diede i natali al dottore serafico san Bonaventura. Auspico che questo nuovo Santuario con la Parrocchia sia per tutti, in particolare per i giovani e le famiglie, luogo di santificazione, perché, come fecero Francesco, Antonio e i Protomartiri francescani, seguano le orme del Signore Gesù, che è via, verità e vita. Terni, 13 giugno 2010. DA VAGABONDI A PELLEGRINIChiesa di Sant’Antonio in Terni.Santuario antoniano dei protomartiri francescani Introduzione di Mons. Vincenzo Paglia Vescovo di Terni-Narni-Amelia Da vagabondi a pellegrini Un santuario nella città: così si presenta la chiesa di Sant’Antonio di Padova in Terni da quando vi sono state deposte le reliquie dei Protomartiri francescani, ossia i santi Berardo da Calvi dell’Umbria, Pietro da San Gemini, Ottone da Stroncone, Adiuto e Accursio da Narni († 1220). Nell’attuale cultura definita post-moderna tutto appare mobile, tanto che qualcuno l’ha definita una società liquida. L’uomo cammina, non solo nelle strade trafficate della città, ma soprattutto attraverso la rete informatica che fa vivere in tempi ristretti – bastano pochi secondi perché una notizia si diffonda – e spazi dilatati così che dal proprio computer si dialoga tranquillamente con l’estremo opposto del pianeta. Camminare, un aspetto fondamentale dell’uomo: un bambino compie un passaggio fondamentale quando comincia a camminare e un altro è quando non si riesce più a camminare! Eppure se il cammino non ha una meta è un vagabondaggio. Se una volta il gruppo musicale I Nomadi cantava “Io, vagabondo che son io vagabondo che non sono altro / soldi in tasca non ne ho ma lassù mi è rimasto Dio” riconoscendo almeno un punto di riferimento, oggi sembra proprio che neppure questo sia rimasto. Così il “cuore vagabondo” è diventato un cuore impaurito e la spensieratezza facilmente si trasforma in panico. Ma quando c’è una meta, un obiettivo allora tutto cambia: il camminare diventa un pellegrinaggio, il vagabondo un pellegrino. E proprio passando in treno accanto al Santuario dei Protomartiri francescani di Terni – come già fece il beato Giovanni XXIII diretto a Loreto e Assisi onde pregare per il concilio Vaticano II che sarebbe iniziato dopo pochi giorni – sia il beato Giovanni Paolo II nel 2002 sia papa Benedetto XVI il 27 ottobre 2011 hanno ricordato l’importanza di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”. E la verità e la pace sono partecipare alla vita di Gesù Cristo e camminare con lui per le strade del mondo e soprattutto in quelle dei cuori per tessere una società che sia sempre più secondo il cuore di Dio. Così hanno cercato di vivere i santi, così ha vissuto san Valentino di Terni, così hanno testimoniato i primi frati Minori uccisi in Marocco quando san Francesco era ancora vivo. Questo amore senza limiti – davvero eucaristico – è il modo con cui i cristiani camminano dietro a Gesù. Non si è più vagabondi girando attorno alle mode o attorno a se stessi, ma come pellegrini ci incamminiamo verso il Regno del Padre che sta nei cieli. Il santuario di Sant’Antonio di Padova in Terni è una sosta salutare in questo cammino. Entrandovi, gustiamo già la bellezza della celeste Gerusalemme in compagnia dei Protomartiri francescani. + Vincenzo Paglia Vescovo di Terni-Narni-Amelia RELIQUIEFesteggiamenti per l'arrivo delle reliquie da Coimbra (Portogallo) LUNEDI 7 GIUGNO MARTEDI 8 GIUGNO MERCOLEDI 9 GIUGNO GIOVEDI 10 GIUGNO VENERDI 11 GIUGNO DOMENICA 13 GIUGNO CONVEGNIDi seguito riportiamo i convegni svolti nella nostra Diocesi CONVEGNO 11 GIUGNO 2010Dai protomartiri francescani a sant’Antonio di Padova Giornata di studio – Terni, 11 giugno 2010 Cronaca Inserito nelle celebrazioni per il 790° anniversario dal martirio dei frati Minori santi Berardo da Calvi, Pietro da San Gemini, Ottone da Stroncone, Accursio e Adiuto (1220-2010), la giornata di studio è stata organizzata dalla Diocesi di Terni-Narni-Amelia in collaborazione con la Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum. Dopo i saluti del vescovo, mons. Vincenzo Paglia, e di altre autorità presenti, Isabelle Heullant Donat, dell’Università di Reims Champagne-Ardenne, ha illustrato I francescani e il martirio nel secolo XIII, mostrando la dimensione martiriale dell’apostolato minoritico. Infatti le agiografie presentano non solo il desiderio del martirio che animò san Francesco, ma anche quello dei suoi compagni, elaborando una ben precisa concezione del martirio. La cultura del martirio è ben presente in quel tempo, soprattutto nella liturgia e Francesco è animato dal desiderio del martirio di sangue, nel ben preciso contesto della predicazione ai saraceni. Luciano Bertazzo, del Centro Studi Antoniani di Padova, da parte sua ha tenuto una relazione circa I protomartiri francescani tra storia e agiografia. Il titolo non esprime adeguatamente quanto sviluppato nell’intervento, essendo chiaro che l’incrocio tra storia e agiografia nelle fonti medievale è spesso strettamente correlato. Risulta più adeguato per la relazione un titolo come La traditio dei Protomartiri nella memoria francescana dal XIII al XV secolo. La bolla di Sisto IV Cum alias animas (7 agosto 1481) concede ai frati Minori di celebrare nelle loro chiese, il 16 gennaio, «publice et solemniter missas et officium de BB. Berardo, Petro, Othone, Accursio et Adiuto»: ricordando tra i molti miracoli avvenuti dopo la loro morte, il passaggio di s. Antonio dai canonici all’Ordine minoritico. La bolla è la conclusione di un lungo processo avviato nel 1220 con il martirio dei primi cinque frati a Marrakesh. L’intervento ha ripercorso il lungo itinerario di questa traditio memoriae recepita con una certa difficoltà fin dalle origini nella reazione di Francesco stesso, come testimonia Giordano da Giano; velata successivamente nella mutata politica papale nei confronti dell’islam maghrebino, tesa a salvaguardare la presenza cristiana in quei territori posti sotto la dinastia almohade. Memoria quasi dimenticata nel momento che l’impegno missionario della Chiesa si volge verso i territori asiatici, agli inizi del Trecento, anche per l’impossibilità del recupero della Terra Santa definitivamente controllata dagli arabi dopo la caduta di S. Giovanni d’Acri (1291). Memoria recuperata verso la metà del Trecento in un contesto di crescita del genere letterario delle compilationes, vivace in ambito non solo francescano. Due sono i testi che consacrano particolarmente la traditio memoriae: la Chronica XXIV generalium attribuita a frate Arnald de Serrant (1360 ca.) e il De conformitate di frate Bartolomeo da Pisa, composto negli anni ‘80 del XIV secolo e ufficialmente accolto nel capitolo generale di Assisi nel 1390. È una memoria che nel corso del XIV secolo si lega ad una santità diffusa nell’ordine, oltre alle tre figure ufficialmente canonizzate (Francesco, Antonio, Ludovico), costantemente ricordata perché collegata al passaggio del canonico agostiniano Fernando all’ordine minoritico con il nome di Antonio. La diffusione dell’agiografia antoniana ne ha mantenuto costante il ricordo. Antonio Rigon, dell’Università degli Studi di Padova, ha illustrato La morte dei Protomartiri francescani e la vocazione di sant’Antonio. Favorita dal forte impatto emotivo provocato dall’arrivo delle reliquie dei primi martiri francescani in Portogallo (1220), la vocazione minoritica del canonico agostiniano Ferdinando di Martino che, entrato nel convento francescano di S. Antonio de Olivais di Coimbra, cambiò il proprio nome in Antonio e, ardendo dal desiderio di martirio, chiese di partire per il Marocco , è stata talora giudicata immatura e frutto di un fraintendimento della proposta evangelica di Francesco d’Assisi. In realtà la sete di martirio è solo una delle componenti della vocazione del santo che scaturì anche da inquietudini intellettuali, sdegno morale, personali propensioni mistico-contemplative in un contesto politico religioso fortemente turbato. Del resto l’aspirazione a testimoniare la fede anche con il sacrificio della propria vita è comune a Francesco e alla prima generazione francescana. Tommaso da Celano torna più volte su questo aspetto; e Chiara, come Antonio, secondo alcune deposizioni rese nel corso del processo di canonizzazione, quando apprese «che a Marrochio erano stati martiriçati certi frati, epsa diceva che ce voleva andare». Gli è che nell’orizzonte religioso del primo Duecento, nel quale un posto centrale occupa l’idea di crociata, tra martirio e missione presso i Saraceni si stabilisce uno stretto legame. Dimostrando una straordinaria capacità di star dentro ai problemi del proprio tempo che imponeva un confronto con l’Islam, i Minori introdussero nella Regola un capitolo espressamente riguardante «coloro che vanno presso i Saraceni». Nel passaggio dalla Regola non bollata alla Regola bollata e nei commenti a questo testo normativo si manifestano peraltro esigenze di “professionalità” e cautela nelle missioni. Si esorta a non cercare il martirio in sé, si insinuano dubbi sulla sua utilità, si sottolineano gli insuccessi; narra Bonaventura che «l’amico di Cristo [Francesco] cercava la morte per sé con tutte le forze e tuttavia non la trovava». Come Francesco anche Antonio aveva fallito e aveva visto vanificati i propositi di testimoniare la fede con il sangue. Accanto al tema del martirio inappagato, nelle leggende antoniane compare sempre più anche quello della vita di penitenza del santo e della sua totale dedizione alla missione apostolica, considerata essa stessa martirio. Nel Trecento i tentativi di ricomposizione della memoria lacerata dell’Ordine si traducono anche nel recupero e nell’esaltazione dei santi e dei martiri. Se il ricordo dei frati mandati a morte in Marocco nel 1220 era rimasto fortemente ancorato alla figura di Antonio, nel XIV secolo, grazie alla Cronaca dei XXIV generali, la vicenda dei Protomartiri francescani è pienamente recuperata alla storia dell’Ordine, anche indipendentemente dal ruolo che essa ebbe nella vocazione minoritica di s. Antonio Mary Melone, della Pontificia Università Antonianum, illustrando Il martirio nei Sermoni di sant’Antonio evidenzia che il tema del martirio, pur non essendo né molto ricorrente né particolarmente articolato, compare nei Sermoni di Antonio di Padova con due caratterizzazioni fondamentali: da una parte, Antonio tratteggia il significato del martirio in occasione delle feste di santi martiri, come Stefano, Pietro, Paolo o i santi Innocenti, individuando nel sacrificio, nei patimenti e nel dono della vita il compimento del loro rapporto con Cristo; dall’altra, il contesto per così dire ecclesiale in cui egli pone il riferimento ai martiri chiama in causa la sua visione della Chiesa: essi, infatti, compaiono frequentemente accanto agli apostoli, ai confessori della fede e alle vergini come uno degli ordini posti a suo fondamento. Pertanto, per collocare il tema il più possibile correttamente all’interno dei Sermoni, è proposta innanzitutto una rapida recensione delle sue occorrenze; in un secondo momento, poi, prendendo in esame le concordanze e le immagini che maggiormente ricorrono nella sua presentazione, ha fatto emergere il significato che Antonio attribuisce al martirio secondo quei tre livelli di lettura che strutturano i suoi sermoni, vale a dire secondo il senso allegorico, morale ed anagogico, con cui il martirio viene considerato in rapporto al cammino di conversione personale del cristiano, al suo vissuto di appartenenza alla Chiesa e, infine, alla sua tensione verso la pienezza della vita eterna. Giuseppe Cassio, della Diocesi di Terni-Narni-Amelia, ha illustrato L’iconografia dei Santi Protomartiri ponendosi l’obiettivo di fare chiarezza sul tema tanto delicato quanto complesso della rappresentazione figurativa dei Protomartiri a partire dai primi esempi conosciuti, che risalgono al XIV secolo, sino alle recenti interpretazioni tra contemporaneità e adesione alle fonti. Partendo dal primo prezioso approccio di padre Jürgen Werinhard Einhorn (2004) che contiene una settantina di segnalazioni si è lavorato con maggiore determinazione nella ricerca di ulteriori testimonianze artistiche attraverso una capillare indagine nei conventi maschili delle famiglie francescane tra Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Francia e Brasile. L’indagine ha permesso di accrescere notevolmente il catalogo iconografico dei Protomartiri aprendo così la strada allo studio e al confronto di tali immagini specificandone altresì l’iconologia nonché la funzione socio-culturale sia all’interno che all’esterno dell’Ordine. Nell’ultimo intervento, Salvatore Barbagallo della Pontificia Università Antonianum ha affrontato il tema de La liturgia dei santi Protomartiri Francescani. Il Concilio Vaticano II nel ribadire la centralità che la Pasqua ha nel corso delle celebrazioni dell’anno liturgico propone il recupero del culto dei santi all’interno della prospettiva della centralità del mistero pasquale del Cristo: «Nel giorno natalizio dei santi infatti la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato in essi, che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati» (SC 104). Il legame stretto tra la morte del martire e la passione del Signore, motivo per cui il martire è stato il primo a ricevere il culto ecclesiale, lega il culto del martire sia alla celebrazione eucaristica – la morte del martire, sacrificio della propria vita, e la celebrazione dell’eucaristia, sacrificio rituale della morte di Cristo – sia alla comunità ecclesiale: il martire è membro della Chiesa, Sposa di Cristo. In questa prospettiva il suo sacrificio si manifesta come la risposta della Chiesa alla carità del suo divino Sposo: il sangue versato dal martire è il sangue della Chiesa. Nella seconda parte ha preso in esame la liturgia dei santi Protomartiri francescani, analizzando l’attuale eucologia presente nel Messale Francescano e nella Liturgia delle Ore, facendo un confronto con l’eucologia dei libri liturgici prima della riforma del Vaticano II al fine di tratteggiare il significato teologico, cristologico ed ecclesiale del loro culto. Le Conclusioni sono state fatte dal prof. Franco Cardini dell’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze il quale ha posto la domanda circa il motivo dei diversi esiti della predicazione esplicita dei frati Minori giunti in Marocco e dell’incontro di Francesco con il Sultano: mentre i primi giunsero a uno scontro culminato nel martirio, nel secondo caso ci fu rispetto reciproco. Al termine dell’incontro è stato proiettato il documentario La vocazione di Antonio prodotto da San Polo Productions e Rai Cinema, di Salvatore Braca e Andrea Cherubini per la regia di Andrea Cherubini. In occasione del convegno è stata presentata anche la nuova guida turistico-spirituale di G. Cassio, Oltre Assisi. Con Francesco nella Terra dei Protomartiri attraverso l’Umbria Ternana, Velar-ElleDiCi, Gorle 2010. Gli Atti saranno pubblicati nella collana “Centro Studi Antoniani” delle edizioni Messaggero Padova. Pietro Messa CONVEGNO 15 GENNAIO 2011Dai Protomartiri Francescani a monsignor Luigi Padovese: missione e martirio nella storia francescana Terni, 15 gennaio 2011 Cronaca Sabato 15 gennaio 2011 presso il Museo diocesano di Terni si è svolto l’incontro di studio Dai Protomartiri Francescani a monsignor Luigi Padovese: missione e martirio nella storia francescana. Nel suo saluto di accoglienza, monsignor Vincenzo Paglia, vescovo della diocesi di Terni-Narni-Amelia, ha ringraziato gli enti organizzatori, ossia l’Ufficio diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici, la Provincia dei frati Minori Cappuccini dell’Umbria, e la Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontifica Università di Roma. Hanno fatto seguito i saluti delle autorità civili, sia regionali che dei comuni di origine dei Protomartiri francescani. Prima di dare la parola ai relatori, il presidente dell’incontro, p. Pietro Messa, ha ricordato che tale evento è parte di un progetto teso alla riscoperta e approfondimento della figura dei primi frati minori martiri – ossia i santi Berardo, Ottone, Pietro, Adiuto e Accursio –, tutti originari della zona di Terni. Nel primo intervento il professor José Martínez Gázquez, dell'Università Autonoma di Barcellona, ha illustrato il tema Cristiani e musulmani nella Penisola Iberica nel XIII secolo”. Innazitutto ha evidenziato che i regni cristiani della Penisola Iberica in quel periodo erano coinvolti in conflitti interni e dispute tra i familiari delle diverse monarchie, con gravi conseguenze, compresa una sconfitta da parte mussulmana. Per riprendere la lotta si cercò di fornire ai cristiani validi argomenti e una modalità per combattere i Saraceni e per rifiutare le loro dottrine; proprio per queste ragioni che si fece tradurre il Corano e altre opere mussulmane. Preso atto di tutto ciò venne proibita la vendita ai cristiani di testi mussulmani, compresi quelli di medicina, perché spesso i traduttori o i committenti attribuivano a se quanto invece è frutto della scienza islamica. A seguire la professoressa Cándida Ferrero Hernández, sempre dell'Università Autonoma di Barcellona, ha trattato dei Martiri francescani in Occidente islamico (ss. XIII-XVII). Mettendo in evidenza la risposta che secondo le fonti i Protomartiri francescani diedero quando il re ordinò di decapitarli – «Fratelli abbiamo ottenuto quello che volevamo, stiamo saldi e non abbiamo paura di morire per Cristo» – la Relatrice ha evidenziato che in questa affermazione abbiamo l’indice che le prime spedizioni minoritiche erano viaggi in ricerca del martirio, non senza polemiche da parte dei contemporanei. Infatti la presunta missione dei frati non è estranea a un itinerario ascetico-mistico, e lo sviluppo della letteratura agiografica ha portato alla formulazione del topos del martire cristiano nel territorio dei musulmani. Proprio in questa prospettiva, ossia di esaltare la santità dei frati Minori morti martiri, che vanno lette tali narrazioni agiografiche. Proiettato il DVD Come chicco di grano. Un ricordo di mons. Luigi Padovese assassinato in Turchia, il professor Paolo Martinelli, ofmCap, ha svolto la relazione Il motivo per cui vivere - il motivo per cui morire. La testimonianza di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia. Mediante testi e testimonianze, è stata illustrata la consapevolezza e disponibilità di padre Luigi Padovese, frate minore cappuccino, a dare tutto nel momento in cui venne nominato vescovo in Turchia. Proprio tale atteggiamento fa sì che egli possa essere additato come un testimone della fede. Dopo aver annunciato la prossima pubblicazione – grazie ad un contributo della Fondazione Carit di Terni – del volume Dai Protomartiri francescani a Sant’Antonio di Padova che raccoglie gli Atti della Giornata di Studio svoltasi a Terni l'11 giugno 2010 (Centro Studi Antoniani, Padova 2011), le conclusioni sono state svolte da monsignor Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia. Rinviando ad una omelia di monsignor Oscar Romero, ucciso mentre celebrava l’Eucaristia, mons. Paglia ha detto che tutti i battezzati sono chiamati ad un cristianesimo eroico, ossia a dare la vita come i martiri. Per alcuni questo avviene in modo violento, ossia versando il sangue per il Vangelo, mentre per altri accade nella quotidianità offerta per amore. Pietro Messa ATTI PRIMO CONVEGNOPresentazione del volume "Dai protomartiri francescani ad Antonio da Padova" Venerdì 10 giugno alle 17 al Museo Diocesano di Terni si è svolta la presentazione del volume Dai protomartiri francescani ad Antonio da Padova, atti della giornata internazionale di studi (Terni, 11 giugno 2010) pubblicato dal Centro di studi Antoniani di Padova. All'incontro sono intervenuti il vescovo Vincenzo Paglia, don Lorenzo Cappelletti, docente del Pontificio Collegio di Anagni e della Pontificia Università Antonianum di Roma, padre Pietro Messa, preside della Scuola di studi medievali e francescani dell'Università Antonianum, Luciano Bertazzo, direttore del Centro studi antoniani di Padova e don Claudio Bosi, direttore dell'Ufficio per i beni culturali della Diocesi di Terni Narni Amelia. Intervento Terni 10 giungo 2011 Si può dire che veramente la serie di iniziative di questi ultimi anni volte alla riscoperta e valorizzazione della santità dei Protomartiri Francescani ha avuto origine dalla liturgia. Infatti la liturgia dei Protomartiri Francescani che i Francescani celebrano il 16 gennaio, a Terni non poteva che assumere un particolare aspetto di festosità, essendo essi oriundi di questa terra. Ad un certo punto – sempre all’interno della festa liturgica – parafrasando la celebre frase di Tertulliano, si è coniato e approfondito l’assioma “il sangue dei Protomartiri Francescani è diventato il seme della vocazione minoritica di sant’Antonio di Padova”. Riconoscendo poi che quel sangue era oriundo di questa terra, ecco che alla suddetta riflessione si è aggiunto il desiderio di approfondire la peculiarità del francescanesimo della Diocesi di Terni-Narni-Amelia vista proprio nella vicenda dei Protomartiri Francescani. Ma riscoprire, narrare e divulgare la loro vicenda non era facile: da anni si trascinava un giudizio negativo – anche, se non soprattutto, all’interno del mondo francescano – nei loro confronti essendo visti come una sorta di integralisti e fanatici da dimenticare non solo come una delle pagine contraddittorie della storia francescana, ma persino che non compresero e vissero la novitas di frate Francesco. Accanto a ciò si vedeva il rischio di pericolose strumentalizzazioni in funzione antiislamiche, se non persino di possibile appiglio per gesti terroristici; basta ricordare ricordi che era passato poco tempo dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona del 12 settembre 2006 e gli strascichi erano ancora vivi, così come anche le reazioni violente alle vignette satiriche contro l’Islam pubblicate in Danimarca non da un giornale di grande diffusione, ma da un “foglio” locale. Per dirla in breve i Protomartiri Francescani risultavano sempre più – per usare termini popolari – come degli scheletri nell’armadio di cui sbarazzarsi appena possibile e senza farsi notare. Tuttavia si accolse la sfida e nel 2009 Esperia Urbani pubblicò per le Editrici Velar-Elledici il libretto di alta divulgazione “Protomartiri Francescani”; il testo fu rivisto più volte onde evitare qualsiasi espressione che poteva risultare ambigua, offensiva o controproducente, ma nel frattempo non venire meno a quanto riportato dalle fonti. Con stupore ebbe una grande diffusione e suscitò interesse in due direzioni che continuavano ad intrecciarsi: la riscoperta della vicenda dei Protomartiri Francescani e la valorizzazione della storia e patrimonio francescano della Diocesi di Terni-Narni-Amelia. Circa questo secondo punto Giuseppe Cassio scrisse il libro dal significativo titolo Oltre Assisi. Con Francesco nella terra dei protomartiri attraverso l'Umbria ternana pubblicato sempre da Elledici-Velar che ebbe una grande diffusione, superiore al previsto. Accanto a questo ci fu anche il documentario La vocazione di Antonio prodotto da San Polo Productions e Rai Cinema, di Salvatore Braca e Andrea Cherubini per la regia di Andrea Cherubini Riguardo invece alla ricerca e all’approfondimento scientifico si è organizzato il Convegno di cui questa sera di presentano gli Atti. La programmazione, determinazione dei temi da trattare e ricerca di relatori competenti ha richiesto un anno di lavoro e questo onde evitare improvvisazioni – sinonimo di superficialità – che purtroppo spesso non mancano. Grazie a studiosi preparati, ma anche che si sono preparati con competenza, si è giunti così a svolgere la giornata di studio Dai protomartiri francescani a sant’Antonio di Padova in cui Isabelle Heullant Donat, dell’Università di Reims Champagne-Ardenne, ha illustrato I francescani e il martirio nel secolo XIII; Luciano Bertazzo, del Centro Studi Antoniani di Padova, da parte sua ha tenuto una relazione circa I protomartiri francescani tra storia e agiografia; Antonio Rigon, dell’Università degli Studi di Padova, ha illustrato La morte dei Protomartiri francescani e la vocazione di sant’Antonio; Mary Melone, della Pontificia Università Antonianum, Il martirio nei Sermoni di sant’Antonio; Giuseppe Cassio, dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Terni-Narni-Amelia, ha illustrato L’iconografia dei Santi Protomartiri; Salvatore Barbagallo della Pontificia Università Antonianum ha affrontato il tema de La liturgia dei santi Protomartiri Francescani. Le Conclusioni sono state fatte dal prof. Franco Cardini dell’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze il quale ha posto la domanda circa il motivo dei diversi esiti della predicazione esplicita dei frati Minori giunti in Marocco e dell’incontro di Francesco con il Sultano: mentre i primi giunsero a uno scontro culminato nel martirio, nel secondo caso ci fu rispetto reciproco. Tale conclusioni sembravano riproporre l’imbarazzo e presenza scomoda dei Protomartiri Francescani nella storia che si riconosce “nel nome di san Francesco”. Tuttavia le relazioni del convegno che ora vengono pubblicate – soprattutto l’affermazione di Isabelle Heullant Donat che anticipando un suo corposo studio che sta per essere pubblicato ha detto che nei secoli XIII-XIV della storia francescana il martirio è un tema importnate, soprattutto in relazione alla missione – e anche il concomitante omicidio di padre Luigi Padovese – frate cappuccino, vescovo e testimone della fede ucciso con modalità che appaiono come in odium fidei – ha reso ancora più urgente l’approfondimento della vicenda dei Protomartiri Francescani. Per questo il 15 gennaio scorso si è tenuto sempre qui l’incontro Dai Protomartiri Francescani a monsignor Luigi Padovese: missione e martirio nella storia francescana in cui il professor José Martínez Gázquez, dell'Università Autonoma di Barcellona, ha illustrato il tema Cristiani e musulmani nella Penisola Iberica nel XIII secolo; la professoressa Cándida Ferrero Hernández, sempre dell'Università Autonoma di Barcellona, ha trattato dei Martiri francescani in Occidente islamico (ss. XIII-XVII); il professor Paolo Martinelli, ofmCap, ha svolto la relazione Il motivo per cui vivere - il motivo per cui morire. La testimonianza di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia. Importante la relazione di Cándida Ferrero Hernández che, mettendo in evidenza la risposta che – secondo una delle fonti – i Protomartiri francescani diedero quando il re ordinò di decapitarli – «Fratelli abbiamo ottenuto quello che volevamo, stiamo saldi e non abbiamo paura di morire per Cristo» –, ha mostrato che in questi dati abbiamo la prova che le prime spedizioni minoritiche sono viaggi in ricerca del martirio, non senza polemiche da parte dei contemporanei. La missione presunta dei frati non è estranea al bilancio ascetico-mistico, e lo sviluppo della letteratura ha portato alla formulazione del topos del martire cristiano nel territorio dei musulmani. Proprio in questa prospettiva originaria, ossia di esaltare la santità dei frati Minori morti martiri – e non della disputa tra cristiani e mussulmani –, che vanno lette tali narrazioni agiografiche; in fondo chi fosse il carnefice non è la realtà più importante. Basti pensare ad esempio a Filippo e Giacomo, due frati Minori di Foligno; venuti a conoscenza della triste situazione dei cittadini di Bevagna taglieggiati dagli sgherri di Trincia Trinci, Signore di Foligno, ispirati dal Signore e con il permesso dei superiori si recarono quindi a Bevagna per tentare la pacificazione degli animi; tuttavia, mentre predicavano, furono arrestati dai capitani di Trincia e, accusati di essere i fautori della cospirazione popolare, vennero trucidati nella piazza di Bevagna. Era il 2 settembre 1377. Alcuni bevanati, sottratti i corpi dei due religiosi, li trasportavano per seppellirli degnamente ma, incontrato un drappello di soldati dei Trinci, furono malmenati, e i due corpi gettati nel Topino (che all’epoca lambiva Bevagna). Un’arca di legno senza vela, senza remi e senza guida risaliva la corrente del fiume, finché non si fermò presso la chiesa di San Magno. Forzato il coperchio della cassa, i folignati vi trovarono i due corpi di Filippo e Giacomo, che emanavano profumo e le cui ferite sanguinavano. Alla notizia del rinvenimento una gran folla li raccolse e trasportò in processione verso la Cattedrale di San Feliciano, all’interno della quale, per quanti sforzi facessero, non riuscivano ad introdurre i due corpi. Improvvisamente, però, si sentirono squillare a festa le campane di San Francesco, senza che alcuno le suonasse. Di fronte a tale prodigio, tutti si diressero nel convento dove i due frati avevano trascorso tutta la loro vita e lì li tumularono. Il 15 aprile scorso intervenendo all’incontro Cuore e mente per seguire Cristo con santa Chiara d’Assisi Paolo Martinelli illustrando il tema Dal desiderio di martirio di santa Chiara a mons. Luigi Padovese ha ripreso i risultati degli studi di Cándida Ferrero Hernández e rinviando a quanto scrive l’Assisiate nella Regola non bollata circa il modo di andare tra i saraceni ha affermato: Da qui si può notare che nelle due modalità indicate da Francesco non c’è una visione “anonima” della testimonianza; anche l’esempio della vita – senza annuncio esplicito della Parola – è sempre accompagnata dalla confessione della fede. Successivamente, per ispirazione del Signore si può arrivare all’annuncio esplicito della Parola al fine di suscitare la fede nella santissima Trinità. Considerato il carattere confessante della testimonianza voluta da Francesco per i suoi frati, si può comprendere perché i più recenti studi sul desiderio di martirio presente nella famiglia francescana degli inizi, sfumano la classica contrapposizione sentita tra il capitolo XVI e i racconti agiografici su questo punto: infatti l’orizzonte interpretativo non è quello di un eroismo provocatorio nei confronti di una fede diversa, quanto piuttosto espressione della stima per Cristo, la passione di comunicare l’incontro con lui e di mettersi sulla scia della sua imitazione. In tal senso le agiografie francescane, dei protomartiri in particolare evidenziano che in essi e negli altri martiri francescani si ri-presenta ciò che avvenne nei martiri dei primi secoli, ossia la disponibilità a dare la vita per il Vangelo fino a morire. Così la contrapposizione tra la vicenda di Francesco d’Assisi e il Sultano e quella dei Protomartiri Francescani non solo sembra sfumare, ma persino essere in un certo qual senso ideologica. In questo senso siamo in attesa degli Atti dell’incontro svolto a Firenze nel settembre 2010 circa Francesco e il Sultano in cui apparirà anche un contributo di Mary Melone inerente la componente del desiderio di martirio in tale incontro. Il lavoro di ricerca non è terminato e ci sono altri aspetti da approfondire quali ad esempio i Protomartiri Francescani e la vicenda di santa Chiara d’Assisi; la loro immagine diffusa tra ‘800 e ‘900 soprattutto in relazione ad una modalità missionaria, la loro posizione nella iconografia dell’Albero francescano, ecc. Il desiderio è quello di poter continuare tale ricerca con professionalità, ossia evitando ad esempio anacronismi, spostamenti semantici, attualizzazioni arbitrarie. C’è da riconoscere che questo non è facile perché la pressione culturale, sia da parte di singole persone che gruppi, è notevole. Per superarla può aiutare la consapevolezza che ciascuna epoca è responsabile delle risposte che dà alle varie occasioni o sfide del tempo presente e che il passato al massimo può offrire elementi che possono essere ritenuti come un aiuto – ma anche un ostacolo in certi casi – per affrontare la contemporaneità. PIETRO MESSA ICONOGRAFIASANTUARIOCiclo pittorico di Piero Casentini esposto nel Santuario dei protomartiri a Terni presso la chiesa di sant'Antonio
BIBLIOGRAFIA
ALTRE FONTIDocumentazione varia inerente ai Protomartiri. VITA DI SAN PIETRO DA SANGEMINIVITA DI SAN PIETRO Uno de primi cinque Martiri dell'Ordine di Francesco Amplamente essendo state descritte , specialmente da Marco da Lisbona, le gloriose gesta di questo Martire illustre, e uno de' primi, che abbiano per la confessione della fede di Gesù Cristo onorato colla palma del santo martirio l'ordine Minoritario, noi altro qui non faremo, che ricapitolare, o poco più, quanto egli, ed altri Autori ne dissero ; e non potendo io, dirne ne di più, nè di meglio, di quello essi ne han detto. Il solamente sapersi, che questo gran Servo di Dio è stato un Martire di Gesù Cristo, e un'ardente Confessore della sua Divinità , e del santo suo nome, e come tale venerato dalla Chiesa , e onorato su gli Altari, esser deve più che bastante ad eccitare la nostra divozione verso di esso, e ad implorare il suo credito, e il suo patrocinio appresso la Maestà divina, ancorché s'ignorasse il tutt'altro della sua vita, e quello mai fece per giugnere a un grado così alto di perfezione, quale è quello di dare la propria vita per Gesù Cristo, e con che ha grandemente onorato il Suo Ordine, e renduta sommamente gloriosa la sua Patria; e di cui ne può andar questa a gran ragione Santamente superba. Nacque egli in Sangemino, e per quello abbiamo potuto sapere dalla famiglia detta de' Bonanti (1) una delle più nobili, e antiche del Paese, ma che però è da gran tempo estinta. S'ignora affatto come si chiamassero il Padre, e la Madre ; de' quali pare nondimeno, che non possa dubitarsi , che non fossero persone assai timorate di Dio, e che perciò . non si prendessero ancora tutta mai la cura, e attenzione possibile per bene allevare questo loro figliuolo, e incamminarlo per la strada della virtù. Viveva a quella stagione il Serafico Patriarca Francesco, Istitutore della Religione de' Frati Minori, il quale nel viaggiare che faceva da un luogo all'altro dell' Umbria inferiore divertì più volte alla Terra di Sangemino, la quale ebbe perciò l'onore e di accoglierlo entro le proprie mura, e di ascoltarne le fervorose sue prediche, e di essere spettatrice della sua gran santità, e de' suoi miracoli a prò de' suoi Cittadini , e di fabbricargli ancora, esso vivente, un Convento per i suoi Frati, appresso le proprie mura. Quindi è, che una volta in que' primi tempi , non essendo per anche stato fabbricato il detto Convento, avendolo alloggiato un Benefattore suo molto divoto, e persona assai da bene, il quale aveva la moglie posseduta dal Demonio, il Santo colla forza delle sue orazioni lo fece fuggire, liberando Lei, e il Marito da quel travaglio ; ricompensando loro Iddio 1' ospitalità praticata verso il suo servo (2). Il nostro Pietro adunque avendo dovuto ammirare in esso la perfezione di quella sua vita tutta evangelica da lui rinuovata, e ristabilita maravigliosamente nel mondo, e che faceva dello strepito per ogni dove, si determinò di volerlo imitare. Che perciò nel tornare , che fece una volta il Santo da Calvi, conducendo seco un giovane per nome Berardo, nativo di quel luogo, e passando per Sangemino , gli si presentò il nostro Pietro, e lo pregò di riceverlo all' Ordine, e di aggregarlo nel numero de'suoi Seguaci, e de'suoi Discepoli. Il Santo avendo scorto con lume divino sin da quel punto quello sarebbe egli stato, prontamente ne lo compiacque, conducendolo seco in compagnia di Berardo per ammaestrarli ambedue nelle vie dello spirito, e nella scienza de' santi, di cui era egli un' eccellente Maestro (3)., Benché s'ignorino le particolarità de' suoi fervori nel nuovo genere di vita da esso intrapresa in que' pochi anni, ne quali visse nella Religione, il progresso nondimeno, che egli fece in cosi breve tempo nella santità, fu tanto, e cosi rapido , che di già ne aveva toccata la meta, quanto altri appena incominciano a muoversi, come è facile argomentarlo da quanto siamo or ora per dire. Correva l'anno 1219, e perciò il settimo in circa di sua vestizione, in cui dal Serafico Patriarca fu tenuto nella Madonna degli Angioli il gran capitolo, detto delle Stuore, di quasi cinque mila Frati, fra i quali vi si trovarono ancora e il nostro Pietro, e il mentovato Berardo, ambedue già Sacerdoti, e forse tali ancora prima di entrare nell’ Ordine. Or come che tralle altre disposizioni ivi fatte e risoluzioni presevi in esso dal Santo Padre , una fu quella, di mandare parecchi de' suoi Frati in diverse parti del mondo a predicare , non che la penitenza ai Cristiani, ma la Fede eziandio agl’ Infedeli, così per tal'ardua , e pericolosa impresa fece la scelta di quei, che conobbe li più atti, li più fervorosi e accesi del desiderio di sagrificare la propria vita per la confessione della fede di Gesù Cristo. Fra questi furono li due mentovati Pietro, e Berardo, che con molto piacere, e contento del santo Patriarca gli si mostrarono vogliosissimi di andare a patire tormenti, e morte per una causa sì bella: e il che far deve a noi tutta mai la ragione di crederli divenuti religiosi molto perfetti, e di una virtù consumata : giacche non può darsi, come Gesù Cristo ci avvisa, carità la maggiore , e perciò santità , e perfezione più grande, e più elevata di quella , che dare la propria vita per la salute eterna de' nostri prossimi. Chiamatili dunque a se ambedue con altri quattro il Beato Padre fece loro una breve, e fervorosa esortazione, e assegnato ad essi per Superiore un certo F. Vitale , inviolli alla volta della Spagna, occupata allora in gran parte da i Mori. Essendosi perciò eglino posti in cammino scalzi a piedi, e senza portar seco altra cosa, che la carità di Gesù Cristo, di cui erano ripieni, giunsero dopo molti disagi nel Regno di Aragona. Ma essendosi quivi ammalato gravemente Fra Vitale, e della quale infermità poi morì, gli altri cinque, Berardo, Pietro, Ottone, Accursio , e Adiuto proseguendo il loro viaggio se ne andarono a Coimbra, capitale allora dèl Portogallo; e da dove s’ inviarono poscia a Siviglia residenza di uno di quei Re Mori, dominanti a quel tempo nelle Spagne. Giunti che furono colà, e ricevuti cortesemente. da un divoto Cristiano nella propria casa, vi si trattennero otto giorni, stati spesi da essi in continue, e fervorose orazioni, raccomandando a Dio con gran caldezza il negozio, per cui erano andati, e pregandolo a dar loro forza, e il necessario coraggio per proseguire, e terminare felicemente a sua maggior gloria, e per salute spirituale di quegl’ Infedeli la grande impresa. Dopo di che, essendosi consigliati insieme di quello avessero a fare, come condursi in tal faccenda, in un venerdì a mattina, giorno festivo per i Maomettani, se ne andarono alla loro Moschea, dove era adunata grandissima quantità di essi Mori per fare la loro orazione, e tosto essendovi entrati, incominciarono con gran fervore a predicar loro la Fede di Gesù Cristo; "riprovando ad un tempo stesso come vana, e falsa la legge di Maometto. Ad un parlare siffatto, e proferito cosi all'improvviso, e con tanta arditezza in un pubblico concorso di popolo, da que' cinque Stranieri, poveri, scalzi, macilenti, e male in arnese, se stordirono sulle prime que' Mori, gli tennero nondimeno per pazzi, e non ne fecero molto caso. Ma continuando eglino tuttavia a predicare, ed esaggerare la lor cecità in professare la legge di un impostore, qual'era Maometto, si accesero tutti di tanto sdegno, che avventatisi loro addosso furiosamente con pugni, calci, bastonate, ed urtoni gli respinsero in dietro, e cacciarono fuori della Moschea. Benché allegri, e contenti que' Servi di Dio per quel primo incontro, che erasi lor presentato d'incominciare a patire per Gesù Cristo, s' accorsero ben presto, che in un popolo pieno di fanatismo per la sua legge, e prevenuto sino dalla nascita per gli errori dell'Alcorano, e intestato per la stima, e difesa del medesimo, non dovea sperarsene alcun profitto, onde doversi prendere intorno a ciò altra strada , creduta più breve, e più adatta al disegno da lor conceputo. Questa era il tentare da prima la conversione del Re di quelle genti. Che perciò, essendosi avviati concordemente alla Corte, domandarono, ed ottennero udienza da quel Principe, dicendo di aver cose importantissìme da manifestargli e da non comunicarle che a lui solo. Giunti alla sua presenza incominciarono intrepidamente a persuadergli, che abbandonata la falsa setta di Maometto dovesse ricredersi dalle sue imposture, e abbracciando la Cristiana Religione, credesse in Gesù Cristo, e si battezzasse; con che assicurata avrebbe la sua eterna salute. Il Re che si credeva di dover sentire tutt'altro, tenendosi come schernito , e beffato, grandemente alterossi. Ond' è che tutto fuori di se per la rabbia, chiamandoli uomini perduti, pazzi, e Sventurati, disse lor con fierezza : “ E come aveste voi tanto ardire, sciagurati, e infelici che siete, di venire alla presenza mia per dire queste parole senza fare alcuna stìma ne della mia corona, né delle vostre vite medesime, che dovreste perdere infallibilmente per le atroci bestemmie da voi proferite contro il mio gran Profeta “ ? A cui i Santi risposero : “ Sappi , o Re, che Gesù Cristo è stato quello che ci ha mandati , e che ci ha comandato , dicendoci : Andate, e insegnate a tutte le genti la vera strada della salute, e che battezzerete poi nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo ; mentre chi crederà sarà salvo , e chi non crederà, sarà condannato. Or l’ esser noi venuti a te, o Sire, è stato , perchè essendo la Maestà Vostra il capo di questi Popoli, conosciuta che voi aveste la verità, potrete poi assai facilmente farla conoscere ancora ad essi» A voi dunque si aspetta, o Sire, di accettar volontieri , e con allegrezza il benefizio , che Gesù Cristo vi fa coll' offerirvi per nostro mezzo la sua Fede Santissima, e mediante questa ancora la sua grazia, e la sua amicizia col Regno de' Cieli “. Ma il Re in sentire tali cose , come se udite avesse le più atroci bestemmie, turandosi per orrore con ambe le mani le orecchie esclamò “Oh uomini maledetti ! Al certo , che le vostre grandi sceleraggini vi devono aver condotto qua, perchè le paghiate ora tutte in una volta, nè vi sarà per voi altro rimedio che l’ un delle due, O che vi disdiciate di quanto pazzamente , e con tanta temerità , s insolenza avete, detto, abbracciando ancora la fede del nostro gran Profeta ed io vi farò grandi, e ricchi nel mio Regno che ricusando voi di far ciò , io vi caverò la pazzìa dalla testa col farvi crudelmente morire. Ma que' fervorosi Servi del Signore nè adescati dalla promesse , nè spaventati dalle minaccie, tosto gli soggiunsero : “ Se la vostra Legge, 0 Sire, fosse conforme al vero , ed al giusto , e non, com’ ella è, lorda , bugiarda, ed iniqua , e contraria eziandio al buon senso , e alla retta ragione , voi avreste qualche ragione a volercela persuadere ; ma condannando essa all’ Inferno tutti quei, che la seguono, noi la detestiamo, nè perciò facciamo alcun conto delli vostri tesori, nè delle vostre grandezze , come nè tampoco delle vostre minaccie, e de vostri tormenti ; poiché tutte cose vane , e che passano in un baleno ; quantunque abbiano forza di affascinare il cuore , e la mente de’ seguaci di Maometto, sino a privarli di conoscere la vera luce, e con ciò evitare quegli atroci, ed eterni tormenti, a cui son destinati, e da quali, o Sire, vi scongiuriamo a liberare per tempo l’ anima vostra col credere in Gesù Cristo”. Allora il Re montato in maggior furore, nè volendoli più sentire, diede ordine, che tolti di là fossero crudelmente ammazzati. Fu indicibile la gioja de' nostri Santi in ascoltare un si terribil comando; onde è che Pietro, e Berardo, per essere Sacerdoti, si diedero ad inanimare fervorosamente gli altri tre lor compagni a soffrire allegramente la morte , giacché il Signore in cosi poco tempo, e dopo breve combattimento, e travaglio voleva coronarli di una corona immortale, e cotanto gloriosa per essi. Tuttavia però, essendo per allora restato pago il Signore di questo loro fervore, e ottimo desiderio, e riserbandosi a maggior pruove fece, che al figlio del Re essendo venuta compassione di loro, adoprossi presso del Padre efficacemente, ed ottenne, che fosse sospesa la sentenza di morte; onde è, che furono imprigionati per allora, per poi vedere ad altro tempo la loro causa. Erano eglino stati rinserrati in una Torre : ma la brama di convertire quegl’ Infedeli era in essi cosi ardente, che sembrando loro, come impossibile, il contenerla, salirono sulla più alta cima della medesima, e da i merli predicavano a tutti quei, che passavano di là sotto. Il che essendo stato riportato al Re , li fece rinchiudere in un'altra, e nel più profondo di essa, e sotto terra, dove stettero lo spazio di cinque giorni sempre in orazione, e raccomandando le loro anime al Signore. A capo de' quali avendoli il Re fatti ricondurre alla sua presenza incominciò di nuovo a tentarli sulla lor fede con più grandiose promesse, e con maggiori minaccie, ma scorgendoli sempre più costanti, e risoluti che mai di morire per Gesù Cristo, e che non cessavano di abborrire, e detestare Maometto, e la sua legge ; consigliatosi intorno a ciò co' suoi Grandi , li fece imbarcare , e spedire alle Terre de' Cristiani; ma l'imbarco essendo per Marocco , per divino volere furono colà trasportati, giacché Paese ancora questo occupato da' Mori, e dominato dal Re Miramolino (4). Del gran Martire, e Vescovo S. Ignazio sappiamo, essere stato cosi acceso, e ardente il desiderio e la voglia di morire per Gesù Cristo, e per la confessione del santo suo Nome, che dando avviso a i Fedeli di Roma della sua andata colà per essere esposto nell' Anfiteatro alla crudeltà delle Fiere , non solamente pregali a non impedirgli in alcun modo quella gloria, e quell'onore, ma gli assicura, che semmai quelle bestie feroci avessero voluto rispettarlo, come rispettati aveano tanti altri Martiri, e perciò ricusato di offènderlo, egli le avrebbe stuzzicate, agitate, e ancor violentate a divorarlo. Or da un simigliante ardore , e acceso desiderio di conseguire il martirio sembra, che fosser animati eziandio il nostro Pietro, e i suoi compagni, come evidentemente si renderà manifesto da quel tanto posero eglino in uso per tal'effetto ; stuzzicando, e violentando in tutti i. modi, e in tutti gl'incontri la rabbia , e la fierezza de' Mori contro se stessi per essere fatti martiri di Gesù Cristo col predicarlo ad essi, ed esortarli ad abbracciare la santa sua Legge, abbandonando quella di Maometto, Che perciò : arrivati che furono eglino a Marocco , Città capitale di quell'Imperio moresco (5), incominciarono subito ad annunziare per le contrade, e strade della medesima Gesù Cristo. Ed avendo saputo, che il Re Miramolino era fuori alla visita de' Sepolcri de’ suoi Maggiori, si posero ad aspettarne il ritorno sulla pubblica strada» Non appena lo viddero a comparire , che salito un di loro su di un poggetto per essere meglio inteso, e veduto, diedesi ad alta voce ad annunziare l'evangeliche verità. Sorpreso il Re ordinò tantosto, che fossero presi tutti cinque, ed esiliati nelle Terre de’ Cristiani. Accadde però, che essendo condotti a tal' effetto verso Ceuta , per ivi imbarcarli pel Portogallo, s'involarono all' improvviso agli occhi di quei, che li conducevano, e se ne tornarono a Marocco, ponendosi a predicare nella pubblica Piazza, Ciò saputo dal Re gli fece subito imprigionare, ordinando, che non si dasse loro ne a mangiare, né a bere, e in tal modo passarono venti giorni, ma sostentati dalla Divina Grazia. A capo de' quali , sentendo il Re, ch' erano per anche vivi, se gli fece presentare. E vedendoli con sua gran maraviglia cosi vegeti, e in istato di salute assai meglio, che per lo innanzi, domandò a F. Berardo, che intendeva bene l’ idioma arabico, chi avesse dato loro a mangiare in tutto quello tempo. A cui Berardo rispose, che tutte le volte si fosse egli voluto render Cristiano, avrebbe ancora facilmente compreso, e saputo, come Dio colla sua onnipotenza può sostentare ancora senza cibo corporale i Servi suoi. Ma il Re senza dir altro li fece consegnare a i Cristiani, da' quali furono serrati in una casa per poi rispedirli di nuovo verso Ceuta, e con ciò liberarsi ancor essi dal timore di qualche disgrazia , che lor potesse avvenire per cagion de' medesimi. Gli rispe-dirono in fatti con ogni cautela a quella volta: ma quando furono alla metà del viaggio, ecco fuggirsene di nuovo da quei che l'accompagnavano improvvisamente, e tornarsene a predicare a Marocco. La qual cosa risaputa da' Cristiani di quella Citta, temendo qualche tumulto di que' Mori anche contro se stessi , "e di poter tutti pericolar nella vita, li presero , e rinserrarono con buone guardie dentro un Palazzo. Ma perchè la condotta tenuta da questi Servi del Signore sembrar doveva agli occhi del Mondo per grandemente imprudente e temeraria, e giudicata un'effetto di furiosa pazzia, o di fanatismo, volle Dio con un prodigio stupendo autenticare la loro missione per un'opera sua, e che ciò, che essi facevano non era, che un' effetto, e un' impulso dello Spirito Santo, che li moveva interiormente ad agire in quella guisa, e con quel fervore. Accadde dunque, che in questo mentre gli Arabi facessero un irruzione nel Regno di Marocco per depredarlo, e farvi altri mali. Ciò saputo dal Re adunò subito un esercito e accompagnato da parecchi Cavalieri Pòrtoghesi, che trovavansi allora alla sua corte, andò a respingerli e data loro battaglia, ne ottenne una completa vittoria. Ma avendo voluto incalzarli dappoi con troppo vigore, e assai da lontano, si trovò impegnato con tutto l'esercito in una valle talmente sterile, e del tutto arsa, e deserta, che non vi era tampoco una goccia d'acqua da poter bere; per lo che morivansi tutti e uomini, e animali di una cocente sete, e ciò senza rimedio* (6). In tale stato di cose, ecco a comparire colà improvvisamente i nostri Santi, che in quel general movimento, e turbazione, in cui si pose tutta la Città di Marocco alla nuova degli Arabi per andar loro incontro, e respignerli, era ad essi riuscito" di sortire da quel palazzo, dove erano stati rinchiusi, e incamminaronsi dietro 1' Esercito colla mira di assistere a i feriti, e agl'infermi, e con tal mezzo guadagnare forse ancora qualche anima a Gesù Cristo. Vedendo eglino dunque lo stato compassionevole, e infelice, in cui era tutta quella gente ne rimasero grandemente commossi : e preso il buon punto nondimeno, sulla speranza di averli a convertir tutti , o la maggior parte, si offersero in pubblico animosamente, che volendo eglino abbandonare la Legge di Maometto e credere in Gesù Cristo avrebbono ottenuta in quel punto quant' acqua avesser bramata. La qual proposta essendo stata riferita al Re: “ Anzi per questo appunto, disse egli, ci è avvenuto così grave gastigo, perchè non abbiamo vendicate in questi scellerati le grandi ingiurie, ed enormi bestemmie proferite da essi contro il nostro gran Profeta. Ad onta nondimeno dell' ostinata perfidia di quel Principe , e a riguardo ancora di quei Cristiani, che erano in quell' esercito, volendo i nostri Santi far conoscere a tutti coloro 1' onnipotenza di Dio, l'eccellenza di nostra Fede, e di qual merito, e forza ella sia, si rivolsero a Dio coll’ orazione, e lo pregarono a degnarsi di confondere la cecità, e perfidia di quegl' infelici Maomettani. Dopo di che uno di loro preso un bastone fece con esso una picciola fossa in terra, d' onde ne scaturì subito una fonte d'acqua limpidissima , e in tanta copia, che fu sufficiente a dissetare non solamente quel numeroso Esercito, e le loro Bestie, ma a caricarne ancora per lo ritorno, che far doveano alla Citta. Il che fatto, perchè fosse più evidente il miracolo, la fonte subito si seccò. Grandissima fu l'ammirazione, che cagionò un tal miracolo ne' Cristiani, e maggiormente ne' Mori, per lo che affollavansi tutti a gara intorno ad essi per toccare, e baciare per lo meno i loro abiti ; onorandoli, e venerandoli come veri servi, e amici di Dio. Solo il Re Miramolino, qual altro Faraone alla vista di un prodigio si manifesto , e si chiaro, e di cui era stato spettatore non men esso, che tutto il suo popolo, rimase duro, e ostinato nel proprio cuore, e confermato nella sua perfidia : e non che diminuire, accrebbe anzi lo suo odio-, e livore verso di quelli. Se ne accorsero i Cristiani di Marocco; onde ebbero per meglio, fatto, a cautela migliore di rinserrarli di nuovo nel primiero palazzo con buone guardie, acciò nè il Re, nè i Mori avendo occasione di vederli, nè di sentirli si smorzasse a poco a poco quell' ira s che contro di essi bolliva loro nel petto. Ma qual' è mai quella forza creata, che impedir possa l’ infinita dello Spirito Santo, o in qualche modo resistergli? questi è d'uopo, che operi, nè può starsi un momento solo ozioso in quelle anime , delle quali ottiene un fortunato possesso, facendole agire con tutto mai il vigore, a dispetto di quante opposizioni sa mai inventare, e porre in uso l'Inferno d'accordo colla carne, e col mondo suoi fedeli alleati. Quindi è, che sebbene il nostro Pietro co’ suoi Compagni si vedessero trattati con tutta mai la venerazione, e rispetto, qual' era dovuto alla loro virtù, e al loro merito ; e del che però non curavano punto, che anzi abborrivano estremamente ; al considerar nondimeno di dovere stare cosi oziosi, e rinchiusi in quel palazzo, e guardati a vista, senza poter proseguire la grand' opera, per cui erano stati da Dio spediti sin là dall' Italia, li affliggeva oltre modo. Riuscì loro alla fine il sortirne nascostamente, e di darsi di bel nuovo all' usato uffizio della predicazione. Ma essendosi incontrato in quel mentre a vederli, e sentirli il Re, gli si riaccese lo sdegno nel petto, e l'odio nel cuore talmente, che fattili arrestare in quel punto stesso , li fece consegnare ad Abozaide suo principal ministro con ordine di farli tosto giustiziare. Ma siccome erasi quelli trovato presente al miracolo dell'acqua, poco fa raccontato, e concepita perciò verso di loro una grandissima stima, si trovò molto imbarazzato per l'esecuzione del comando. Tanto fece nondimeno, e adoprossi colla mezzanità del figlio del medesimo Re, e con quella dell'Infante D.Pietro Principe di Portogallo, dimorante allora colà in quella Corte, che ottenne di poterli mandare a Ceuta sotto la scorta di un distaccamento, ed ivi imbarcarli per le Terre de' Cristiani. Ma che ? In quella notte medesima , in cui giunti erano a Ceuta, se ne fuggirono nuovamente, come le altre volte, e se ne tornarono a Marocco a predicare. Fu però tale, e tanta la commozione, e'1 furore di quel popolo nel sentirli a biasimare così pubblicamente Maometto, e la sua legge, che si gettarono con impeto loro addosso ; ed oltre al farne il più tristo, e bestial governo con pugni, calci, bastonate, sassate , e gettarli per terra, e calpestandoli quasi bruti animali, li trascinarono cosi mal conci, e insanguinati al Tribunale del primo Visire , chiedendo tutti ad alta voce, che come empj, e bestemmiatori, sagrileghi del loro Profeta, li facesse morire. Il Giudice dagl’ interrogatorj lor fatti avendo compreso la loro fermezza, e costanza nella Fede di Gesù Cristo , e quanto pronti a morire per essa , con un abborrimento estremo alla Setta di Maometto, li fece spogliare, e battere crudelmente, e poi stropicciare le lor piaghe con aceto, e sale. Dopo di che, feceli dare in balia al popolaccio , perchè se ne vendicasse a suo, piacere. Non può certamente spiegarsi abbastanza il crudele scempio , che ne fecero quelli inumani. Li trascinarono per lunga pezza per terra di qua, e di là sopra i sassi, e vetri rotti, sino a che i loro corpi addivennero tutt' una piaga, grondando sangue d' ogni parte ; facendo a gara ciascuno a chi sapeva più crudelmente trattarli, ed offenderli, e aumentare, le loro piaghe. Non mancavano però eglino infrattanto, come vittime destinate al macello , di patire con allegrezza grande tutti quei strazj, di darne gloria, e ringraziamenti a Dio, confessando intrepidamente Gesù Cristo in mezzo a' loro tormenti. Ed essendo già mezzi morti, furono finalmente ricondotti in carcere, dove, come se non fosse avvenuto loro male alcuno , passarono tutta la notte in lodare, e ringraziare Dio, ed incoraggirsi 1' un l’ altro a nuovi, e maggiori tormenti. Ma quel Signore, che si compiace estremamente di mirare dall' alto a combattere da forti i servi suoi, e che aveva somministrato ad essi l'ajuto, e vigor necessario a patir tanto, volle ancora dar loro un contrassegno sensibile dell' amor suo. Che perciò, in quella notte medesima apparve loro in mezzo ad una risplendentissima luce, che cangiando quell'orrido e fetido luogo in un Paradiso, li racconsolò dolcemente promettendo loro ogni più valida assistenza sino che terminata fosse la loro battaglia, la di cui ricompensa non era che assai vicina : il che detto disparve, lasciandoli ricolmi di una gioja la più dolce, e la più esuberante. Le guardie, che erano ivi vicine si accorsero dello splendore, e sembrò loro di vedere in esso molte persone, a tal che temettero, che avessero condotti via seco loro i prigioni. Ma avendoli intesi poi a cantare quasi tutta la notte si riassicurarono ; e andati la mattina a vederli, li trovarono in orazione , e tutti allegri, come se non avessero avuto mai male alcuno. In questo mentre però , essendo tornato il Re Miramolino in Città , e informato dell' accaduto il giorno innanzi in rapporto ai * nostri Santi, si risolvette di voler terminare da per se stesso in persona quella causa, o di convertirli o vero di ammazzarli: fatta perciò questa deliberazione , se li fece condurre cosi mal conci come erano, a' quali disse: “ Orsù, cosa voi bramate , e volete più : essere miei nemici, e ribelli, e perciò come tali di avere a morire crudelissìmamente ; ovvero miei amici carissimi, e i primi del mio Regno ? “ Alla qual proposta risposero i Santi: “Ch’ egli poteva, e doveva tenerli per suoi veri, e sinceri amici, e gli più interessati per il suo bene , mentre erano venuti da sì lontan Paese a questo unico oggetto di giovare a lui, e a tutto il suo Regno, perchè non avesse egli a perdersi eternamente con tutti i suoi Sudditi”. Al che non sapendo il Re che replicare, si consigliò co' suoi grandi. Dopo di che fece ad essi di nuovo delle generose offerte, di ricchezze, di onori, e di piaceri: ma eglino facendosi beffe di tutto, come cose vane, caduche, e di verun conto,. si posero ad esaltare la santità del Vangelo, e 1' eccellenza della, legge purissìma,, e perfettissima di Gesù Cristo ; col detestare all' incontro, e biasimare quelle di Maometto, come tutta carnale , e repugnante al buon senso, e alla retta ragione. Laonde1 il Re essendo già persuaso, e convinto di lor costanza, e che perdeva con essi il tempo e la fatica, si deliberò di ammazzarli egli stesso colle proprie mani. Gli fece dunque condurre nella piazza, dove affollossi allo spettacolo una moltitudine grande di popolo, e dove comparve poco appresso il Re Miramolino, e fattili porre tutti cinque in ginocchio colle mani ligate dietro le spalle, e distanti 1’uno dall' altro, prese nelle mani una scimitarra, e ripieno d' ira, e di rabbia, rivolto al popolo colà concerto disse ad alta voce : “ Io voglio colle mie proprie mani fare le vendette del nostro S. Profeta, e dello scherno , e dispreggio, che costoro hanno fatto di esso , e della sua santa Legge “ . Il che detto scaricò furiosamente, e a tutta forza di braccio un fendente sulla testa di ciascheduno, spaccandole ciascuna sino al mento. Con che addivennero il nostro Pietro co' suoi quattro compagni Martiri gloriosi di Gesù Cristo, e i primi, che coll’ effusione del proprio sangue onorassero in tal guisa l'Ordine Minoritano, vivendo per anche il Serafico Istitutore Francesco : e il che avvenne alli 16 di Gennajo dell’ anno 1220. I loro corpi restati ivi esangui, e a discrezione del Popolaccio furono straziati in mille guise, e poi gettati in mezzo ad un gran fuoco. Ma non volle Dio, che restassero offesi dalla fiamma in un sol capello. Tuttavia que' Barbari ancorché vedessero un tal miracolo, pria che restarne commossi, si sforzarono colle loro sciabole di ridurli in minutissimi pezzi. Iddio però che veglia alla custodia, e conservazione sin anche dell' ossa de Servi suoi ; e che se tarda la vendetta sopra de’ suoi nemici, poi la raddoppia, fece all' improvviso scendere dal Cielo tale , e così grande impetuosa tempesta di grandine, accompagnata da tuoni , lampi, e saette cosi frequenti, che que' Mori tutti spaventati, e atterriti, se ne fuggirono più che di fretta alle loro case, dentro le quali non si teneano tampoco sicuri. Allora i Cristiani avendo preso animo confidando in Dio, e nella protezione di que' santi Martiri, uscirono animosamènte dalle loro case, dove per timor degl’ Infedeli eransi dapprima rinchiusi , si diedero a raccogliere quelle sante membra sparse in qua, e in là, che conservarono decentemente. Dopo di che postele insieme in. due casse le trasportarono nella Città di Coimbra in Portogallo, e collocate nella Chiesa di S. Croce, ivi sono tuttora conservate. Numerosissimi furono i miracoli, che Dio operò allora, ed ha continuati ad operare dappoi per i loro meriti. Dal che mosso Sisto Papa quarto ducento sessant' anni dopo canonizzolli, che fu nell'anno 1481. assegnandone la festa, e l'uffizio alli 16 di Gennajo, che stato era il giorno del loro glorioso martirio. RIFLESSI MORALI. Che vivezza mai di Fede , che fermezza grande nello sperare , e che amore ardentissimo per Gesù Cristo si è dovuto ammirare nella condotta tenuta da questi Santi ! Vanno con ardore stupendo a cercare la salute eterna delle Anime, state ricomprate col sangue preziosìssimo di Gesù Cristo, e a procurarsi con tal mezzo un crudele martirio : nè sanno trovare mai quiete sino che Iddio non ne fa loro la grazia. Quando si ha una Fede pura, una speranza certa, e che si ama da dovvero Gesù Cristo, nulla si sperimenta di rincrescevole, e duro nell'osservanza della sua santa Legge, e del suo Vangelo, ma tutto riesce facile, e tutto dilettevole. Si riguarda la vita presente come un esilio, a cui siamo condannati in pena del peccato di Adamo , e dove Dio ci ha posti per provare la nostra fedeltà, la nostra ubbidienza, e il nostro amore verso di lui, per cosi aver motivo di darci que’ beni infiniti, che a tal'effetto tien preparati colassù in Paradiso : e perciò un vero Cristiano, che sia penetrato intimamente da queste verità non fa il menomo caso de' beni, e delle ricchezza di questo mondo, non ne cura le consolazioni, si fa beffe delle grandezze ed ha in orrore i piaceri ; perchè tutto è vanità (1) Nell'antica facciata della Chiesa di S. Gio. Battista di S. Gemino, la quale fu Collegiata, e servita da quattro Canonici, e un' Arciprete sino all'anno 1346., in cui essendone stati tolti dal Vescovo di Narni Agostino Tinacci Fiorentino dell'Ordine di S. Agostino , fu conceduta ai Religiosi del medesimo Ordine, vi si legge in un marmo la seguente iscrizione : +ANNI . AB INCARNATIONE MILLE OCTVAGINTAIIII VI < OCTVB. OBIIT PETRVS DE BONANTI Ancora Fanusio Campano, Autore molto stimato , come si ha dal Gam berti (a) , lasciò scritto delle nobili, e antiche Famiglie di Sangemino (b)- In Oppido SanBigemini funt nobiles de Cafuntiis, antiquissima famili a : de Phadulphis; de Fattibonibus ; de Gru mulìs, & de Bonantibus. Sunt ant quifsima, & tempore Longobardorum Ora però tutte esiinte a) In tratl. apolog. Sanguin. hai. par. 2. , art. 9. , num. 15. , pag. 305. (b) Fanuf.Campan.de famil.Itllustr. lib. 4. cap, 16. (2) Di questo miracolo operato da S. Francesco in Sangemino ne parlano i più antichi Scrittori della sua vita e delle Croniche dell'ordine Minorità no, e specialmenre Marco da Lisbona (a) ed il Pisano (b) , che lasciò scritto : In Castro Sactigemini parlan- do del detto Santo Patriarca, praedicatione facta a quodam viro devoto susce ptus kofpitio<3 cujus uxor a Demonio io), , vexabatur ,. posi orationem- in virtute obedientia Demoni imperando , ut exi ret, eum-Divina Poteflate tam subito ejfugavit, ut vere clarefceret, quod ebe dientiA fanBis vertute pervicacia De morite; non oèsijtie,. Ciò replica anco ra non molto dopo nella enumeralo» che fa de' Conventi dell'Ordine 5 nella Provincia dell' Umbria, dicendo, Locum SanBigemini, in quo B. Franilo t e cifcus uxorem cujujdam fui hofpitis a Demonio, aquovexabatur, libera^it (e). (a) Cron. Min. Tom. i. cap.j. Hb. 3-pag.^^g. (b) lib. Conform.S. Frane, fruB. X., fot. \ col. 4.. (c) loc. pag. 121. (3) Gli atti di questi Santi, eflendò stati fcritti nel tredicefìmo secolo, in cui erano in voga grandemente le abbreviature, oltre alla qualità de caratteri assai mal formati per Teccessiva frefta5 con cui apprendevasi a seri vere,, speci al*- IL DESIDERIO DEL MARTIRIO IN SANTA CHIARA D'ASSISINella vicenda di santa Chiara d’Assisi la zona di Terni ha un ruolo importante. Prima di tutto perché tramite essa abbiamo la prima testimonianza del martirio in Marocco dei Protomartiri Francescani originari di Stroncone, Calvi, Sangemini e Narni; secondariamente uno dei miracoli narrati nella sua vita scritta alla metà del ‘200 riguarda un malato che sostava abitualmente presso il ponte di Narni.
Il desiderio del martirio in santa Chiara d’Assisia Paolo Martinelli, OfmCap Nel processo di canonizzazione di santa Chiara è ricordato anche il suo desiderio di martirio: «Sora Cecilia Figliola de Messere Gualtieri Cacciaguerra da Spello, monaca del monasterio de Sancto Damiano, giurando disse: che epsa udì da la sancta memoria de madonna Chiara, già Abbadessa del predicto monasterio, che potevano essere quaranta tre anni o circha, che epsa madonna era stata nel regimento de le Sore; et da poi tre anni epsa testimonia intrò nella Religione, da poi che la predicta madonna per le predicatione de sancto Francesco intrò nella Religione. Et epsa testimonia ce entrò per le exortatione de epsa madonna Chiara et de la bona memoria de frate Phylippo. Et da quello tempo in qua, poi che furono anni quaranta, stecte socto el sancto regimento de la dicta madonna Chiara, de la vita de la quale, quanto fusse laudabile et maravigliosa, et de la sua sancta conversatione epsa testimonia non era suffitiente ad parlarne pienamente. Ancho disse che la predicta madonna Chiara era in tanto fervore de spiritu, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: et questo demonstrò quando, havendo inteso che a Marrochio erano stati martirizati certi Frati, epsa diceva che ce voleva andare; unde per questo epsa testimonia pianse: et questo fo prima che così se infirmasse. - Adomandata chi era stato presente ad questo, respuse che quelle che fuorono presente erano morte». Un’altra testimonianza afferma: «Sora Balvina di Messere Martino da Cocorano, monacha del monasterio de Sancto Damiamo, giurando disse: che epsa testimonia fo nel monasterio de Sancto Damiano trentasei anni et più, socto lo regimento de la sancta memoria de madonna Chiara, allora Abbadessa del predicto monasterio, la vita et conversatione de la quale lo Signore Dio la adornò de molti doni et virtù, le quale per nesuno modo se poterieno contare. Imperò che epsa madonna stecte vergine da la sua natività: intra le Sore epsa era la più humile de tucte, et haveva tanto fervore de spiritu, che voluntieri per lo amore de Dio averia portato el martirio per la defensione de la fede et de l'Ordine suo. Et prima che epsa se infirmasse desiderava de andare alle parte de Marrochio, dove se diceva che erano menati li Frati al martirio. - Adomandata come sapesse le dicte cose, respuse che epsa testimonia stecte con epsa per tucto lo predicto tempo, et vedeva et udiva lo amore de la fede et de lo Ordine che haveva la predicta madonna». Si rimane profondamente colpiti da questa testimonianza su Chiara che ci narra con espressioni vivide il suo desiderio di recarsi là dove i frati protomartiri francescani avevano dato la vita fino a morire per Cristo. Colpisce il fatto che Chiara rimanga toccata nel suo intimo dalla notizia del martirio dei frati così da ospitare nel suo corpo e nella sua mente il desiderio di essere insieme a loro. Chiara è afferrata dalla testimonianza dei protomartiri francescani al punto da sentire dentro di sé il desiderio ardente di essere sulla terra dove essi hanno versato il loro sangue, così da poter anche lei dare la vita per testimoniare e difendere la fede. In questo desiderio di Chiara, testimoniato nel processo, si rispecchia quello di Francesco, secondo le parole di Bonaventura: anche qui si parla di un desiderio vivo, un fervore di carità potentissimo e del medesimo desiderio di martirio di san Francesco, come si afferma al capitolo IX della Vita Beati Francisci (Legenda Maior): «L’ardente fuoco della carità lo spingeva a emulare il glorioso trionfo dei martiri santi, nei quali niente potè estinguere la fiamma dell’amore né indebolire la fortezza dell’animo. Acceso da quell’amore perfetto che scaccia il timore, anche egli desiderava offrirsi, ostia vivente, al Signore nella fiamma del martirio, sia per rendere contraccambio al Cristo che muore per noi, sia per provocare gli altri all’amore di Dio. Così, nel sesto anno dalla sua conversione, infiammato dal desiderio del martirio decise di attraversare il mare e recarsi nelle parti della Siria, per predicare la fede cristiana e la penitenza ai saraceni e agli altri infedeli». Suggerisco in questa circostanza di accostare quanto abbiamo considerato fino ad ora con il testo della Regola non Bollata, al capitolo XVI. San Francesco d’Assisi descrive come debba essere l’atteggiamento dei frati che si recano nella terra di coloro che non hanno la fede cristiana: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio». Da qui si può notare che nelle due modalità indicate da Francesco non c’è una visione “anonima” della testimonianza; anche l’esempio della vita – senza annuncio esplicito della Parola – è sempre accompagnata dalla confessione della fede. Successivamente, per ispirazione del Signore si può arrivare all’annuncio esplicito della Parola al fine di suscitare la fede nella santissima Trinità. Considerato il carattere confessante della testimonianza voluta da Francesco per i suoi frati, si può comprendere perché i più recenti studi sul desiderio di martirio presente nella famiglia francescana degli inizi, sfumano la classica contrapposizione sentita tra il capitolo XVI e i racconti agiografici su questo punto: infatti l’orizzonte interpretativo non è quello di un eroismo provocatorio nei confronti di una fede diversa, quanto piuttosto espressione della stima per Cristo, la passione di comunicare l’incontro con lui e di mettersi sulla scia della sua imitazione. In tal senso le agiografie francescane, dei protomartiri in particolare evidenziano che in essi e negli altri martiri francescani si ri-presenta ciò che avvenne nei martiri dei primi secoli, ossia la disponibilità a dare la vita per il Vangelo fino a morire. Ciò che oggi potrebbe apparirci come un atteggiamento sconveniente nell’ambito di una relazione pacifica con religioni diverse, in realtà qui non è frutto di antagonismo religioso quanto del desiderio, della passione incontenibile per la persona di Cristo; è il desiderio di essere simile a lui e di poter in ogni modo rendere testimonianza a lui che ha dato la vita per noi; desiderio di martirio è dunque desiderio di Cristo, desiderio di corrispondere in modo totale al dono che Cristo ha fatto per noi. Dice von Balthasar nel suo famoso Cordula. Ovverosia il caso serio: «in quanto mettendo a repentaglio totale la mia vita, io attesto di aver compreso la verità cristiana come la rivelazione più alta possibile dell'amore eterno». Il desiderio del martirio – mai provocato o ricercato direttamente – appare come espressione radicale di affetto per Cristo e di amore agli altri all’interno dell’amore di Cristo per ogni uomo e per il quale ha dato la vita. Il martire cristiano – e prima di lui Cristo stesso – non dà la morte a nessuno con la sua morte ma espone se stesso per amore di Cristo e della libertà dell’altro a causa di ciò che gli sta più a cuore: il dono eucaristico che Cristo ha fatto di sé con il sacrificio per amore della propria vita. Del resto la parola “martirio” indica esattamente l’essere testimoni. Vorrei in questa circostanza ricordare due espressioni potenti di Benedetto XVI nella esortazione apostolica Sacramentum Caritatis in relazione alla testimonianza e al martirio. Innanzitutto un testo che ci spiega la natura della testimonianza, evitando di confinarla in una lettura limitata alla autoreferenza biografica della persona; testimonianza è parola che per sua natura custodisce l’alterità: «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell'uomo». Nello stesso documento si parla poi della testimonianza e del martirio in relazione all’Eucaristia mostrando come i primi martiri cristiani hanno inteso il sacrificio della loro vita come culmine dell’esperienza spirituale, come logiké latreia, culto spirituale, o come si dovrebbe dire: culto conveniente all’umano (R. Penna): «Gesù stesso è il testimone fedele e verace (cfr Ap 1,5; 3,14); è venuto per rendere testimonianza alla verità (cfr Gv 18,37). … : la testimonianza fino al dono di se stessi, fino al martirio, è sempre stata considerata nella storia della Chiesa il culmine del nuovo culto spirituale: “Offrite i vostri corpi » (Rm 12,1). Si pensi, ad esempio, al racconto del martirio di san Policarpo di Smirne, discepolo di san Giovanni: tutta la drammatica vicenda è descritta come liturgia, anzi come un divenire Eucaristia del martire stesso. Pensiamo anche alla coscienza eucaristica che Ignazio di Antiochia esprime in vista del suo martirio: egli si considera « frumento di Dio » e desidera di diventare nel martirio « pane puro di Cristo”. Il cristiano che offre la sua vita nel martirio entra nella piena comunione con la Pasqua di Gesù Cristo e così diviene egli stesso con Lui Eucaristia. Ancora oggi non mancano alla Chiesa martiri in cui si manifesta in modo supremo l'amore di Dio. Abbiamo qui significativa conferma del carattere eucaristico del martirio cristiano, presente nel cristianesimo fin dalle sue origini. Da tutto ciò impariamo anche noi che il vero senso dell’esistenza è dare la vita per i fratelli, poiché come dice Gesù, non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici. Tutti siamo chiamati a riscoprire il valore decisivo della testimonianza della nostra fede che può arrivare fino al martirio; una testimonianza che nella relazione con l’altro, chiunque esso sia, espone se stesso offrendogli quello che ha di più caro, Gesù Cristo e la verità del suo amore; in tal modo, il testimone si offre al rischio della libertà dell’altro. Come è stato suggestivamente affermato recentemente dal neo Arcivescovo di Milano, il card. Angelo Scola, «Il martirio, grazia che Dio concede agli inermi e che nessuno può pretendere, è un gesto insuperabile di unità e di misericordia. Il martirio è la sconfitta di ogni eclissi di Dio, è il Suo ritorno in pienezza attraverso l’offerta della vita da parte dei Suoi figli. Una consegna di sé che vince il male, perfino quello “ingiustificabile”, perché ricostruisce l’unità, anche con colui che uccide. Come Gesù prende il nostro male su di Sé perdonandoci in anticipo, così il martire abbraccia in anticipo il suo carnefice in nome del dono di amore di Dio stesso, da tutti riconoscibile almeno come assoluto trascendente (verità)». Per questo non possiamo che essere grati a Chiara e a Francesco per il loro desiderio di martirio come espressione di supremo affetto per Cristo ed in Cristo ad ogni uomo, ai protomartiri francescani a tutti i confessori e martiri, a Christian de Chergé, a Shahbaz Bhatti e a Padovese: loro ci hanno mostrato il Dio che non ci abbandona, il Signore che ritorna; il volto tenero e forte del Dio della verità, dell’amore e della pace. Prof. Paolo Martinelli, OfmCap Preside Istituto Francescano di Spiritualità Pontificia Università Antonianum - Roma Relazione svolta in occasione della presentazione del libro Giovanna Casagrande, Intorno a Chiara. Il tempo della svolta. Le compagne, i monasteri, la devozione. (Viator, 13), Edizioni Porziuncola, Assisi 2011 promossa da Protomonastero S. Chiara - Istituto Teologico di Assisi - Scuola Superiore di Studi Francescani e Medievali della Pontificia Università Antonianum (Assisi, Basilica Santa Chiara - Venerdì 15 aprile 2011). Pubblicato in: L’Osservatore Romano, giovedì 11 agosto 2011, p. 4.
SAN FRANCESCO E IL SULTANOCronaca Giornata di studio San Francesco e il Sultano Firenze - Convento San Francesco, sabato 25 settembre 2010 Il giorno 25 settembre 2010 presso la sala “Le Laudi” del convento San Francesco in Firenze, ha avuto luogo la giornata di studio “San Francesco e il Sultano”, organizzata e promossa dalla Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato e dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma. Il convegno è stato moderato brillantemente dal padre Fortunato Iozzelli, professore presso la suddetta Scuola e neo direttore della rivista Studi Francescani. L’incontro tra Francesco e il Sultano è, a tutt’oggi, un vis à vis indecifrabile su cui gli intellettuali di ogni tempo, storici e teologi, artisti e scrittori non hanno mai smesso di interrogarsi: è stata una cosciente ricerca del martirio? O piuttosto un spontaneo e quasi ingenuo atto di audacia? Risultato ultimo di una specifica volontà di proselitismo o modello esemplare di dialogo interreligioso? Dopo aver letto il capitolo dodicesimo della Regola Bollata, e aver fatto presente l’urgenza e l’importanza della tematica per l’oggi, il padre Fortunato è passato ad una breve presentazione dei relatori alla quale è seguito il saluto ai presenti da parte del Ministro Provinciale, fra Paolo Fantaccini. Giuseppe Ligato, giovane ed eminente studioso di storia delle crociate, primo fra i relatori, ha introdotto il tema della giornata facendo un breve e preciso excursus storico del contesto in cui è avvenuto l’episodio dell’incontro tra Francesco e il Sultano, nell’ambito della V Crociata e delle particolari relazioni tra l’Impero e il Papato. In modo particolare l’assedio di Damietta, luogo di scontro e incontro, e le questioni sottese alle trattative di pace tra le parti. Nel corso della relazione è stata posta in risalto la particolare commistione tra svariati interessi politici-militari e una peculiare visione spirituale-escatologica – o profetica – di ambo le parti in guerra. Anna Ajello, giovane e preparata medievista, mettendo in secondo piano la questione della storicità dell’incontro tra Francesco e il Sultano, ha approfondito la modalità di missione e del farsi prossimi dei frati Minori verso “gli infedeli”, mettendo così in risalto la precedenza della testimonianza di vita cristiana sulla predicazione verbale, “verbo et exemplo”. In questa globalizzazione ante litteram, i frati minori si fanno amici di tutti e sperimentano l’importanza della conoscenza derivante dall’esperienza. Dalla visita di Francesco al Sultano e dalla regola minoritica prese avvio quel rapporto intenso e tutto particolare tra i francescani e l'islam che dura ancor oggi: e che fece – con una contraddizione solo apparente – dei frati francescani, al tempo stesso, i predicatori più accesi della Crociata e i sostenitori più convinti degli ideali missionari. Il professor Pacifico Sella, frate minore e docente all’Istituto Teologico di Verona, ha optato per un deciso sì per quanto concerne la storicità dell’incontro tra l’assisiate e il Sultano d’Egitto. Si è soffermato a riflettere sul motivo che potrebbe aver spinto Francesco a recarsi dal Sultano Melik Al Kamel, arrivando alla conclusione che la sua deve esser stata semplicemente una “missione di pace”, piuttosto che un invito alla conversione del Sultano o, sic et simpliciter, desiderio di martirio (pur avendone calcolato la possibilità). Il nostro relatore ha compiuto questo passaggio, attraverso un’attenta disamina di poche ma valide fonti di cui la più importante è la cronaca di Ernoul, della seconda metà del XII secolo, riguardante la caduta del Regno crociato di Gerusalemme. Il professore ha sottolineato poi, il cambio di prospettiva, avvenuto nei primi decenni del XIV secolo, riguardo al martirio in odium fidei, che assume nella prima storiografia francescana un’importanza quasi esclusiva mettendo così in secondo piano il profetico annuncio di pace portato da Francesco. Nel pomeriggio ha fatto da moderatore il padre Pietro Messa, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani. Prima di iniziare i vari interventi egli ha invitato tutti a cogliere uno dei primi frutti di questo incontro: la consapevolezza che la storia è una realtà complessa, contraddittoria tanto che a volte appare persino assurda e ogni tentativo di ridurla a schemi troppo semplicistici, porta fuori strada. Uno di questi tentativi è l’anacronismo, vale a dire, l’interpretazione della realtà del passato con categorie di pensiero attuali e il non tener conto dello spostamento semantico, ossia che una stessa parola, espressione o perfino gesto, nel tempo può aver avuto significati diversi. Ciò è sempre motivo di confusione. Il convegno ci fa intuire come invece sia possibile arrivare a cogliere numerosi elementi di verità e di conoscenza, senza per questo banalizzare e ridurre la storia a mero strumento di lotta ideologica. Egli ha introdotto come prima relatrice del pomeriggio la professoressa Chiara Frugoni, nota medievista, al quale ha relazionato con sapiente ed agile competenza esaminando attentamente alcune tra le più importanti fonti iconografiche del XIII- XIV secolo, come la Tavola Bardi e gli affreschi di Giotto. Partendo dall’analisi testuale di alcune fonti francescane, tra cui le due Regole, Bollata e non Bollata, la relatrice ha voluto dimostrare il passaggio di paradigma avvenuto nella concezione dell’incontro di Francesco con il Sultano, tra un prima e un poi: un primo momento in cui il Sultano compare quale interlocutore pieno di dignità e alla pari, fino ad arrivare poi ad essere rappresentato sotto sembianze simil- demoniache. L’aggiunta successiva, dell’elemento del fuoco e dell’episodio dell’ordalia – episodio riportato solo da san Bonaventura e esclusivamente nella Legenda Maior – porta proprio a un inversione di significato dell’incontro di Damietta: si passa così dal dialogo- incontro, alla predica, fino ad arrivare all’esorcismo-scontro- polemica. L’ultimo relatore della giornata è stato il professor John Tolan, studioso e professore all’Università di Nantes, che ha fatto una rassegna di diverse fonti scritte e iconografiche, dalle agiografie dei primi biografi alle svariate interpretazioni attualizzanti fino ad arrivare ai nostri giorni con riflessioni di Oriana Fallaci, di Tiziano Terzani fino a Joseph Ratzinger, dagli affreschi della basilica di Assisi alle incisioni di Gustave Doré: nel corso della relazione egli segue un fil rouge che il racconto del "santo dal sultano" ha descritto nel corso dei secoli – in particolare tra il XVI e il XX secolo – e spiega come quel curioso evento della storia medioevale sia venuto lentamente trasfigurandosi in un perenne luogo della memoria, paradigmatico ritratto delle paure e delle aspettative, dei desideri e delle speranze che da sempre accompagnano il difficile confronto fra Europa cristiana e Oriente musulmano. Le conclusioni sono state affidate allo storico fiorentino, Franco Cardini che con grande maestria, ma anche simpatia, ha saputo fare sintesi di quanto sentito e raccontato, mettendo in risalto la competenza degli autori convenuti. Ciò che è chiaro, ha detto, è che nulla è chiaro! È questo il prezzo della complessità ma è contemporaneamente la sua ricchezza. Che cos’è la verità storica? Non un soprammobile da mettere in un angolo, ma un movimento e uno stimolo per porre domande e non semplicemente per dare risposte. Il compito dello storico è quello di mettersi continuamente in discussione con lo scopo di avvicinarsi il più possibile ai fatti e soprattutto al fine di trarne qualche beneficio per l’oggi della nostra esistenza, se è vero che la storia è maestra di vita. Gli atti di questo incontro saranno pubblicati nel fascicolo secondo dell'anno 2011della rivista Studi Francescani, dei frati Minori di Firenze (per prenotazione segreteria@ofmtoscana.org).David Gagrcic, ofm Convento Santa Margherita Cortona (Arezzo) UNA MEDICINA NELLO ZAFFIROLa Chiesa e il martirio secondo Antonio di Padova Una medicina nello zaffiro In occasione della memoria liturgica di sant'Antonio di Padova (13 giugno) si è svolta nel Museo diocesano di Terni la giornata di studio "Dai protomartiri francescani a sant'Antonio di Padova" organizzata in collaborazione con di Mary Melone Il tema del martirio non è fra quelli più insistentemente ricorrenti nei Sermoni di Antonio di Padova e questo dato potrebbe forse sorprendere, di primo acchito, se lo si considera proprio in rapporto al significato così rilevante che l'incontro con i protomartiri francescani del Marocco ebbe per la vita di colui che era ancora il giovane Fernando. In realtà questo stesso dato, per essere letto correttamente, va chiarito con due precisazioni: la prima, in riferimento all'opera dei Sermones in sé, la seconda relativa alla trattazione specifica che in essi viene riservata al martirio. L'approccio al testo dei Sermones di Antonio, infatti, non può prescindere dalla consapevolezza della loro finalità e dei caratteri che tale finalità conferisce all'insieme dell'opera. Nati, per così dire, dall'insistenza dei suoi confratelli e scaturiti dal desiderio di fornire loro un testo capace di garantire un'adeguata formazione, i Sermones si offrono a noi non come una raccolta di prediche effettivamente pronunciate dall'autore negli anni della sua intensa e feconda attività di predicazione, quanto piuttosto come un trattato composto per proporre in abbondanza, ai futuri predicatori dell'ordine, materiale adatto a raggiungere il cuore e la vita dei loro ascoltatori, a qualunque condizione o stato di vita appartenessero. Un testo per la formazione. In questo Antonio rivela la sua sentita adesione a quell'anelito di riforma della Chiesa che aveva spinto il concilio Lateranense iv, già nel Antonio recepisce l'urgenza di questa riforma, così come comprende il bisogno delle nuove generazioni di frati di essere avviati a un'evangelizzazione efficace nei contenuti come anche nella forma, perché i destinatari della predicazione erano sempre più sofisticati - scrive ironicamente l'autore nel prologo - segno evidente del cambiamento in atto nell'ordine francescano, chiamato a confrontarsi sempre più frequentemente con gli ambienti della borghesia cittadina. Perciò i Sermones vengono pensati come un opus evangeliarum, vale a dire come un'opera di commento all'intera Scrittura, secondo la scansione dell'anno liturgico e delle sue maggiori festività. Antonio commenta le letture della messa accostandole a quelle dell'ufficio notturno e all'antifona di introito; il metodo della concordanza e la sua straordinaria conoscenza della pagina biblica gli consentono di collegare con stupefacente facilità brani tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento; il commento strutturato attraverso la ricerca dei vari livelli di senso che sono contenuti nella Parola di Dio - letterale, allegorico, morale e anagogico - gli permette di attingere continuamente dalla Scrittura, con indiscutibile ricchezza e diversità di accenti, un accesso alla conoscenza del mistero di Cristo (senso allegorico), un itinerario concreto per la conversione dell'uomo (senso morale) e un'indicazione pacificante per il compimento dell'esistenza umana nell'eternità di Dio (senso anagogico). Il testo che inaugura nel sermonario antoniano la serie di brani dedicati al martirio si trova nel sermone per la domenica di settuagesima, dove l'autore propone una corrispondenza tra i sette giorni della creazione e i sette articoli di fede. Il passo del libro della Genesi riferito al terzo giorno: "la terra germogli erba verdeggiante", viene interpretato in senso allegorico con un riferimento a Cristo: la terra che germoglia è infatti il suo corpo, offerto in sacrificio. La fecondità di questo sacrificio è tale per Antonio che egli amplifica il testo aggiungendo all'erba verdeggiante, simbolo degli apostoli, anche il seme della predicazione dei martiri e l'albero ricco di frutti che è la vita dei confessori e delle vergini: tutto germoglia dal dono che Cristo ha fatto di sé. La coerenza con il genere letterario dei Sermones, di per sé estraneo a ogni discorso speculativo, come anche a ogni approfondimento teorico degli argomenti toccati via via nel commento della Scrittura, impedisce ovviamente di trovare nelle pagine di Antonio una riflessione sistematica sulla figura del martire e sul senso ecclesiale del martirio, ma questa lacuna viene compensata dall'utilizzo di immagini luminose che ne traducono ugualmente il valore, e riflettono l'importanza che essi rivestono nella coscienza credente dell'autore. Tra queste immagini, un ruolo particolare va riconosciuto alle pietre preziose, con cui il testo tenta di esprimere proprio la nobiltà attribuita ai martiri. Quando dal tema dei martiri si passa a considerare l'impiego del termine martirio, ci si trova dinanzi a uno scenario totalmente diverso, sostanzialmente privo di quella ricchezza di immagini e di figure con cui Antonio ha tratteggiato la presenza dei martiri nella Chiesa.
Le diverse immagini con cui Antonio presenta nell'insieme dei suoi Sermoni i martiri e il martirio rivelano il suo radicarsi nella tradizione di fede della Chiesa. Il santo di Padova non aveva certo interesse a proporre dottrine teologiche innovative o a entrare nel vivo delle dispute scolastiche del suo tempo, e tuttavia al di sotto dell'essenzialità con cui i temi vengono da lui affrontati, affiora sempre nella trattazione la solidità della sua formazione, la sua lucida conoscenza dell'insegnamento della Chiesa. Non sorprende, allora, l'insistenza con cui il martirio è legato alla fede e alla fedeltà a Cristo, perché tale insistenza riflette appunto ciò che la Chiesa ha sempre proclamato celebrando i suoi martiri: solo a motivo della fede viene inflitto il martirio e solo per fedeltà e amore a Cristo viene affrontato dal martire. Eppure, proprio in questo riproporre la visione tradizionale del martirio, si possono distinguere con chiarezza alcuni aspetti che riportano al vissuto di Antonio, al suo impegno di evangelizzazione secondo lo spirito evangelico voluto da Francesco. In modo particolare, questi aspetti sono legati al riferimento ecclesiale dei martiri, al loro essere ripetutamente presentati come uno dei fondamenti della vita della Chiesa. Non sarà certo passato inosservato l'uso del binomio "Chiesa militante e Chiesa trionfante" che spesso torna nel sermonario antoniano. Si tratta di una distinzione che, affacciatasi agli inizi del dodicesimo secolo, nel tempo di Antonio tendeva a sostituire quella platonizzante di origine agostiniana, in cui si parla di una Chiesa terrestre "peregrinante" riflesso di quella "celeste". In realtà, nei Sermoni è evidente la fedeltà dell'autore alla visione ecclesiologica agostiniana: la Chiesa è una e vive contemporaneamente due forme di esistenza, quella pellegrinante sulla terra e quella definitiva nei cieli. L'adozione del nuovo linguaggio, "militante e trionfante", va ricondotta piuttosto a un'altra finalità, che consiste nell'invito alla coerenza della vita cristiana: attraverso l'immagine della militanza, egli richiama insistentemente alla consapevolezza di una lotta contro la logica del mondo, una logica che si riassume frequentemente nei Sermoni nel dominio dell'avarizia, della superbia e della lussuria. Da qui dunque il passaggio dalla Gerusalemme celeste e terrestre, che è la Chiesa, a quella Gerusalemme particolare che è l'anima del singolo credente, dove si decide e si consuma realmente il suo essere parte della Chiesa. da: L'Osservatore Romano 14-15 giugno 2010 I PROTOMARTIRI E CHIARA D'ASSISICronaca I Protomartiri Francescani e Chiara d’Assisi tra storia e agiografia Presso il monastero Ss. Annunziata delle clarisse di Terni, sabato 14 gennaio si è svolto un incontro di studio dal tema I Protomartiri Francescani e Chiara d’Assisi tra storia e agiografia; organizzato dal medesimo Monastero in collaborazione con la Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma e l’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Terni-Narni-Amelia, tale iniziativa si pone all’interno delle celebrazioni dell’Anno Clariano che ricorda l’VIII Centenario da quando Chiara d’Assisi lasciò la propria casa per vivere il Vangelo sull’esempio di frate Francesco, dando inizio a quella forma di vita che diverrà l’ordine delle Clarisse. Il tema dell’incontro è stato illustrato dal prof. Marco Guida; innanzitutto egli ha esposto le fonti che espressamente parlano del desiderio del martirio in santa Chiara, brani tratti dal Processo di canonizzazione, dalla Vita et Leggenda scritta da suor Battista Alfani e anche dalla Legenda sanctae Clarae virginis di Tommaso da Celano. Posti questi rimandi alle fonti che espressamente menzionano il martirio in merito alla vicenda di Chiara d’Assisi, Guida è passato a porre alcune considerazioni in merito rinviando prima di tutto all’esperienza di frate Francesco : «Mi sembra che sia importante, per comprendere il desiderio di martirio di Chiara, tenere presente l’esperienza di Francesco. Le sorelle al Processo di canonizzazione affermano che tale desiderio emerge in Chiara quando riceve la notizia del martirio dei primi frati in Marocco: è il 1220. Francesco aveva cercato più volte di recarsi in terre lontane in cerca del martirio Si era poi recato in Terra Santa nel 1219, ma ritorna sano e salvo ed è in un certo senso “costretto” a “ricomprendere” questa dimensione in modo molto diverso: il suo vero “martirio” (non va dimenticata la radice della parola greca: “testimonianza”!) sarà la guida faticosa dell’Ordine, il dover rinunciare al suo modo di comprendere la volontà del Signore sul cammino della fraternitas, il dover accettare di scrivere una nuova Regola… Sembra che più volte nel percorso di Francesco il Signore provveda a distoglierlo dal desiderio del martirio in senso stretto per condurlo su una via differente. Ma l’esito finale non cambia: la piena conformazione a Cristo crocifisso viene sigillata con il dono delle stimmate! Chiara non può essere rimasta estranea a questo vissuto di Francesco. Che cosa si saranno detti, che cosa le avrà raccontato Francesco dei suoi tentativi di partenza, del suo viaggio oltremare, della diversa volontà del Signore? È proprio nel 1220 che pure per Chiara emerge forte il desiderio di partire e di consegnare anche materialmente la sua vita al Signore… Forse proprio mentre Francesco era assente lei matura questa sensibilità. Questo andrebbe ancora una volta a confermare il ruolo centrale di Francesco nell’essere “guida” e testimone per Chiara…». Passando direttamente alla vicenda di Chiara d’Assisi, il prof. Marco Guida sostiene che quello del martirio è un desiderio che cresce e si trasforma nel tempo; infine traendo delle riflessioni, che rimangono come punti da sviluppare ha concluso: «A me pare, ancora rileggendo tutti i testi qua sopra un po’ in parallelo, e tenendo conto del costante intreccio con il vissuto di Francesco, che per Chiara il desiderio del martirio, si sia andato dispiegando e maturando almeno in tre direzioni, dopo quel primo slancio giovanile, ossia nella vita fraterna, nella malattia e nel rapporto con la Chiesa che è madre e con l’Ordine dopo la morte di Francesco. Quanto Marco Guida ha espresso nella sua relazione apre scenari innovativi nella ricerca inerente alla vicenda e spiritualità di Chiara d’Assisi e c’è solo da augurarsi di veder presto un suo studio in merito. A seguire il dottor Giuseppe Cassio ha illustrato la Iconografia di santa Chiara nell’Umbria meridionale; collegandosi al tema del martirio egli ha ricordato che «alcune immagini umbre che ritraggono la "Povera di San Damiano" con l'attributo della palma sono rintracciabili nelle vele della Basilica di Santa Chiara in Assisi (ante 1334) e nella pala attribuita a Palmerino di Guido dove addirittura sia Chiara che Agnese recano la palma in segno devozionale nei confronti della comune martire prediletta romana. Santa Chiara con la palma si trova anche nella predella della pala di Fiorenzo di Lorenzo presso la Galleria Nazionale dell'Umbria (1500 ca.) e nel coro ligneo della Basilica Superiore di San Francesco, prodotto dallo straordinario talento di Domenico Indivini (1501). In quest'ultimo troviamo raffigurati i Protomartiri, chi nell'atto di leggere, chi nell'atto di pregare, ma solo sant'Accursio esibisce un sottile ramoscello di palma, che è il segno simbolico proprio di santa Chiara nello stesso contesto». Dopo aver illustrato le diverse immagini della santa presenti sul territorio ha concluso con un'immagine tratta dalle Icones Sanctae Clarae di Enrico Sedulius relativa ai miracoli compiuti da Chiara sulla sua tomba, dove "gli ossessi sono liberati, e sono sanati i pazzi furiosi, gli epilettici, gli zoppi, i ciechi, i rattrappiti e altri affetti da altre malattie". A Cassio piace immaginare tra costoro anche Giacomello, il cieco costretto da anni a camminare con una guida e che grazie a un sogno avuto mentre una notte dormiva presso il ponte di Narni, si recò ad Assisi e riacquistò la vista. Pietro Messa MEDIAIl 5 agosto 2011 sulla RAI è andato in onda il documentario sui Protomartiri Francescani ed ora è visionabile direttamente sul sito della Rai, segue il link preciso: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e24805d5-6b68-46af-acbf-5a8108160d4e.html FESTEGGIAMENTII festeggiamenti nel santuario 2012
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