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Cronaca

Giornata di studio

San Francesco e il Sultano

Firenze - Convento San Francesco, sabato 25 settembre 2010

Il giorno 25 settembre 2010 presso la sala “Le Laudi” del convento San Francesco in Firenze, ha avuto luogo la giornata di studio “San Francesco e il Sultano”, organizzata e promossa dalla Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato e dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma. Il convegno è stato moderato brillantemente dal padre Fortunato Iozzelli, professore presso la suddetta Scuola e neo direttore della rivista Studi Francescani.

L’incontro tra Francesco e il Sultano è, a tutt’oggi, un vis à vis indecifrabile su cui gli intellettuali di ogni tempo, storici e teologi, artisti e scrittori non hanno mai smesso di interrogarsi: è stata una cosciente ricerca del martirio? O piuttosto un spontaneo e quasi ingenuo atto di audacia? Risultato ultimo di una specifica volontà di proselitismo o modello esemplare di dialogo interreligioso?

Dopo aver letto il capitolo dodicesimo della Regola Bollata, e aver fatto presente l’urgenza e l’importanza della tematica per l’oggi, il padre Fortunato è passato ad una breve presentazione dei relatori alla quale è seguito il saluto ai presenti da parte del Ministro Provinciale, fra Paolo Fantaccini.

Giuseppe Ligato, giovane ed eminente studioso di storia delle crociate, primo fra i relatori, ha introdotto il tema della giornata facendo un breve e preciso excursus storico del contesto in cui è avvenuto l’episodio dell’incontro tra Francesco e il Sultano, nell’ambito della V Crociata e delle particolari relazioni tra l’Impero e il Papato. In modo particolare l’assedio di Damietta, luogo di scontro e incontro, e le questioni sottese alle trattative di pace tra le parti. Nel corso della relazione è stata posta in risalto la particolare commistione tra svariati interessi politici-militari e una peculiare visione spirituale-escatologica – o profetica – di ambo le parti in guerra.

Anna Ajello, giovane e preparata medievista, mettendo in secondo piano la questione della storicità dell’incontro tra Francesco e il Sultano, ha approfondito la modalità di missione e del farsi prossimi dei frati Minori verso “gli infedeli”, mettendo così in risalto la precedenza della testimonianza di vita cristiana sulla predicazione verbale, “verbo et exemplo”. In questa globalizzazione ante litteram, i frati minori si fanno amici di tutti e sperimentano l’importanza della conoscenza derivante dall’esperienza. Dalla visita di Francesco al Sultano e dalla regola minoritica prese avvio quel rapporto intenso e tutto particolare tra i francescani e l'islam che dura ancor oggi: e che fece – con una contraddizione solo apparente – dei frati francescani, al tempo stesso, i predicatori più accesi della Crociata e i sostenitori più convinti degli ideali missionari.

Il professor Pacifico Sella, frate minore e docente all’Istituto Teologico di Verona, ha optato per un deciso sì per quanto concerne la storicità dell’incontro tra l’assisiate e il Sultano d’Egitto. Si è soffermato a riflettere sul motivo che potrebbe aver spinto Francesco a recarsi dal Sultano Melik Al Kamel, arrivando alla conclusione che la sua deve esser stata semplicemente una “missione di pace”, piuttosto che un invito alla conversione del Sultano o, sic et simpliciter, desiderio di martirio (pur avendone calcolato la possibilità). Il nostro relatore ha compiuto questo passaggio, attraverso un’attenta disamina di poche ma valide fonti di cui la più importante è la cronaca di Ernoul, della seconda metà del XII secolo, riguardante la caduta del Regno crociato di Gerusalemme. Il professore ha sottolineato poi, il cambio di prospettiva, avvenuto nei primi decenni del XIV secolo, riguardo al martirio in odium fidei, che assume nella prima storiografia francescana un’importanza quasi esclusiva mettendo così in secondo piano il profetico annuncio di pace portato da Francesco.

Nel pomeriggio ha fatto da moderatore il padre Pietro Messa, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani. Prima di iniziare i vari interventi egli ha invitato tutti a cogliere uno dei primi frutti di questo incontro: la consapevolezza che la storia è una realtà complessa, contraddittoria tanto che a volte appare persino assurda e ogni tentativo di ridurla a schemi troppo semplicistici, porta fuori strada. Uno di questi tentativi è l’anacronismo, vale a dire, l’interpretazione della realtà del passato con categorie di pensiero attuali e il non tener conto dello spostamento semantico, ossia che una stessa parola, espressione o perfino gesto, nel tempo può aver avuto significati diversi. Ciò è sempre motivo di confusione. Il convegno ci fa intuire come invece sia possibile arrivare a cogliere numerosi elementi di verità e di conoscenza, senza per questo banalizzare e ridurre la storia a mero strumento di lotta ideologica.

Egli ha introdotto come prima relatrice del pomeriggio la professoressa Chiara Frugoni, nota medievista, al quale ha relazionato con sapiente ed agile competenza esaminando attentamente alcune tra le più importanti fonti iconografiche del XIII- XIV secolo, come la Tavola Bardi e gli affreschi di Giotto. Partendo dall’analisi testuale di alcune fonti francescane, tra cui le due Regole, Bollata e non Bollata, la relatrice ha voluto dimostrare il passaggio di paradigma avvenuto nella concezione dell’incontro di Francesco con il Sultano, tra un prima e un poi: un primo momento in cui il Sultano compare quale interlocutore pieno di dignità e alla pari, fino ad arrivare poi ad essere rappresentato sotto sembianze simil- demoniache. L’aggiunta successiva, dell’elemento del fuoco e dell’episodio dell’ordalia – episodio riportato solo da san Bonaventura e esclusivamente nella Legenda Maior – porta proprio a un inversione di significato dell’incontro di Damietta: si passa così dal dialogo- incontro, alla predica, fino ad arrivare all’esorcismo-scontro- polemica.

L’ultimo relatore della giornata è stato il professor John Tolan, studioso e professore all’Università di Nantes, che ha fatto una rassegna di diverse fonti scritte e iconografiche, dalle agiografie dei primi biografi alle svariate interpretazioni attualizzanti fino ad arrivare ai nostri giorni con riflessioni di Oriana Fallaci, di Tiziano Terzani fino a Joseph Ratzinger, dagli affreschi della basilica di Assisi alle incisioni di Gustave Doré: nel corso della relazione egli segue un fil rouge che il racconto del "santo dal sultano" ha descritto nel corso dei secoli – in particolare tra il XVI e il XX secolo – e spiega come quel curioso evento della storia medioevale sia venuto lentamente trasfigurandosi in un perenne luogo della memoria, paradigmatico ritratto delle paure e delle aspettative, dei desideri e delle speranze che da sempre accompagnano il difficile confronto fra Europa cristiana e Oriente musulmano.

Le conclusioni sono state affidate allo storico fiorentino, Franco Cardini che con grande maestria, ma anche simpatia, ha saputo fare sintesi di quanto sentito e raccontato, mettendo in risalto la competenza degli autori convenuti. Ciò che è chiaro, ha detto, è che nulla è chiaro! È questo il prezzo della complessità ma è contemporaneamente la sua ricchezza. Che cos’è la verità storica? Non un soprammobile da mettere in un angolo, ma un movimento e uno stimolo per porre domande e non semplicemente per dare risposte. Il compito dello storico è quello di mettersi continuamente in discussione con lo scopo di avvicinarsi il più possibile ai fatti e soprattutto al fine di trarne qualche beneficio per l’oggi della nostra esistenza, se è vero che la storia è maestra di vita.

Gli atti di questo incontro saranno pubblicati nel fascicolo secondo dell'anno 2011della rivista Studi Francescani, dei frati Minori di Firenze (per prenotazione Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

David Gagrcic, ofm

Convento Santa Margherita

Cortona (Arezzo)

Nella vicenda di santa Chiara d’Assisi la zona di Terni ha un ruolo importante. Prima di tutto perché tramite essa abbiamo la prima testimonianza del martirio in Marocco dei Protomartiri Francescani originari di Stroncone, Calvi, Sangemini e Narni; secondariamente uno dei miracoli narrati nella sua vita scritta alla metà del ‘200 riguarda un malato che sostava abitualmente presso il ponte di Narni.

 Il desiderio del martirio in santa Chiara d’Assisia

Paolo Martinelli, OfmCap

Nel processo di canonizzazione di santa Chiara è ricordato anche il suo desiderio di martirio: «Sora Cecilia Figliola de Messere Gualtieri Cacciaguerra da Spello, monaca del monasterio de Sancto Damiano, giurando disse: che epsa udì da la sancta memoria de madonna Chiara, già Abbadessa del predicto monasterio, che potevano essere quaranta tre anni o circha, che epsa madonna era stata nel regimento de le Sore; et da poi tre anni epsa testimonia intrò nella Religione, da poi che la predicta madonna per le predicatione de sancto Francesco intrò nella Religione. Et epsa testimonia ce entrò per le exortatione de epsa madonna Chiara et de la bona memoria de frate Phylippo. Et da quello tempo in qua, poi che furono anni quaranta, stecte socto el sancto regimento de la dicta madonna Chiara, de la vita de la quale, quanto fusse laudabile et maravigliosa, et de la sua sancta conversatione epsa testimonia non era suffitiente ad parlarne pienamente. Ancho disse che la predicta madonna Chiara era in tanto fervore de spiritu, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: et questo demonstrò quando, havendo inteso che a Marrochio erano stati martirizati certi Frati, epsa diceva che ce voleva andare; unde per questo epsa testimonia pianse: et questo fo prima che così se infirmasse. - Adomandata chi era stato presente ad questo, respuse che quelle che fuorono presente erano morte».

Un’altra testimonianza afferma: «Sora Balvina di Messere Martino da Cocorano, monacha del monasterio de Sancto Damiamo, giurando disse: che epsa testimonia fo nel monasterio de Sancto Damiano trentasei anni et più, socto lo regimento de la sancta memoria de madonna Chiara, allora Abbadessa del predicto monasterio, la vita et conversatione de la quale lo Signore Dio la adornò de molti doni et virtù, le quale per nesuno modo se poterieno contare. Imperò che epsa madonna stecte vergine da la sua natività: intra le Sore epsa era la più humile de tucte, et haveva tanto fervore de spiritu, che voluntieri per lo amore de Dio averia portato el martirio per la defensione de la fede et de l'Ordine suo. Et prima che epsa se infirmasse desiderava de andare alle parte de Marrochio, dove se diceva che erano menati li Frati al martirio. - Adomandata come sapesse le dicte cose, respuse che epsa testimonia stecte con epsa per tucto lo predicto tempo, et vedeva et udiva lo amore de la fede et de lo Ordine che haveva la predicta madonna».

Si rimane profondamente colpiti da questa testimonianza su Chiara che ci narra con espressioni vivide il suo desiderio di recarsi là dove i frati protomartiri francescani avevano dato la vita fino a morire per Cristo. Colpisce il fatto che Chiara rimanga toccata nel suo intimo dalla notizia del martirio dei frati così da ospitare nel suo corpo e nella sua mente il desiderio di essere insieme a loro. Chiara è afferrata dalla testimonianza dei protomartiri francescani al punto da sentire dentro di sé il desiderio ardente di essere sulla terra dove essi hanno versato il loro sangue, così da poter anche lei dare la vita per testimoniare e difendere la fede.

In questo desiderio di Chiara, testimoniato nel processo, si rispecchia quello di Francesco, secondo le parole di Bonaventura: anche qui si parla di un desiderio vivo, un fervore di carità potentissimo e del medesimo desiderio di martirio di san Francesco, come si afferma al capitolo IX della Vita Beati Francisci (Legenda Maior): «L’ardente fuoco della carità lo spingeva a emulare il glorioso trionfo dei martiri santi, nei quali niente potè estinguere la fiamma dell’amore né indebolire la fortezza dell’animo. Acceso da quell’amore perfetto che scaccia il timore, anche egli desiderava offrirsi, ostia vivente, al Signore nella fiamma del martirio, sia per rendere contraccambio al Cristo che muore per noi, sia per provocare gli altri all’amore di Dio. Così, nel sesto anno dalla sua conversione, infiammato dal desiderio del martirio decise di attraversare il mare e recarsi nelle parti della Siria, per predicare la fede cristiana e la penitenza ai saraceni e agli altri infedeli».

Suggerisco in questa circostanza di accostare quanto abbiamo considerato fino ad ora con il testo della Regola non Bollata, al capitolo XVI. San Francesco d’Assisi descrive come debba essere l’atteggiamento dei frati che si recano nella terra di coloro che non hanno la fede cristiana: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Crea­tore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio».

Da qui si può notare che nelle due modalità indicate da Francesco non c’è una visione “anonima” della testimonianza; anche l’esempio della vita – senza annuncio esplicito della Parola – è sempre accompagnata dalla confessione della fede. Successivamente, per ispirazione del Signore si può arrivare all’annuncio esplicito della Parola al fine di suscitare la fede nella santissima Trinità.

Considerato il carattere confessante della testimonianza voluta da Francesco per i suoi frati, si può comprendere perché i più recenti studi sul desiderio di martirio presente nella famiglia francescana degli inizi, sfumano la classica contrapposizione sentita tra il capitolo XVI e i racconti agiografici su questo punto: infatti l’orizzonte interpretativo non è quello di un eroismo provocatorio nei confronti di una fede diversa, quanto piuttosto espressione della stima per Cristo, la passione di comunicare l’incontro con lui e di mettersi sulla scia della sua imitazione.

In tal senso le agiografie francescane, dei protomartiri in particolare evidenziano che in essi e negli altri martiri francescani si ri-presenta ciò che avvenne nei martiri dei primi secoli, ossia la disponibilità a dare la vita per il Vangelo fino a morire.

Ciò che oggi potrebbe apparirci come un atteggiamento sconveniente nell’ambito di una relazione pacifica con religioni diverse, in realtà qui non è frutto di antagonismo religioso quanto del desiderio, della passione incontenibile per la persona di Cristo; è il desiderio di essere simile a lui e di poter in ogni modo rendere testimonianza a lui che ha dato la vita per noi; desiderio di martirio è dunque desiderio di Cristo, desiderio di corrispondere in modo totale al dono che Cristo ha fatto per noi.

Dice von Balthasar nel suo famoso Cordula. Ovverosia il caso serio: «in quanto mettendo a repentaglio totale la mia vita, io at­testo di aver compreso la verità cristiana come la rivelazione più alta possibile dell'amore eterno». Il desiderio del martirio – mai provocato o ricercato direttamente – appare come espressione radicale di affetto per Cristo e di amore agli altri all’interno dell’amore di Cristo per ogni uomo e per il quale ha dato la vita.

Il martire cristiano – e prima di lui Cristo stesso – non dà la morte a nessuno con la sua morte ma espone se stesso per amore di Cristo e della libertà dell’altro a causa di ciò che gli sta più a cuore: il dono eucaristico che Cristo ha fatto di sé con il sacrificio per amore della propria vita.

Del resto la parola “martirio” indica esattamente l’essere testimoni. Vorrei in questa circostanza ricordare due espressioni potenti di Benedetto XVI nella esortazione apostolica Sacramentum Caritatis in relazione alla testimonianza e al martirio.

Innanzitutto un testo che ci spiega la natura della testimonianza, evitando di confinarla in una lettura limitata alla autoreferenza biografica della persona; testimonianza è parola che per sua natura custodisce l’alterità: «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell'uomo».

Nello stesso documento si parla poi della testimonianza e del martirio in relazione all’Eucaristia mostrando come i primi martiri cristiani hanno inteso il sacrificio della loro vita come culmine dell’esperienza spirituale, come logiké latreia, culto spirituale, o come si dovrebbe dire: culto conveniente all’umano (R. Penna): «Gesù stesso è il testimone fedele e verace (cfr Ap 1,5; 3,14); è venuto per rendere testimonianza alla verità (cfr Gv 18,37). … : la testimonianza fino al dono di se stessi, fino al martirio, è sempre stata considerata nella storia della Chiesa il culmine del nuovo culto spirituale: “Offrite i vostri corpi » (Rm 12,1). Si pensi, ad esempio, al racconto del martirio di san Policarpo di Smirne, discepolo di san Giovanni: tutta la drammatica vicenda è descritta come liturgia, anzi come un divenire Eucaristia del martire stesso. Pensiamo anche alla coscienza eucaristica che Ignazio di Antiochia esprime in vista del suo martirio: egli si considera « frumento di Dio » e desidera di diventare nel martirio « pane puro di Cristo”. Il cristiano che offre la sua vita nel martirio entra nella piena comunione con la Pasqua di Gesù Cristo e così diviene egli stesso con Lui Eucaristia. Ancora oggi non mancano alla Chiesa martiri in cui si manifesta in modo supremo l'amore di Dio.

Abbiamo qui significativa conferma del carattere eucaristico del martirio cristiano, presente nel cristianesimo fin dalle sue origini.

Da tutto ciò impariamo anche noi che il vero senso dell’esistenza è dare la vita per i fratelli, poiché come dice Gesù, non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici. Tutti siamo chiamati a riscoprire il valore decisivo della testimonianza della nostra fede che può arrivare fino al martirio; una testimonianza che nella relazione con l’altro, chiunque esso sia, espone se stesso offrendogli quello che ha di più caro, Gesù Cristo e la verità del suo amore; in tal modo, il testimone si offre al rischio della libertà dell’altro.

Come è stato suggestivamente affermato recentemente dal neo Arcivescovo di Milano, il card. Angelo Scola, «Il martirio, grazia che Dio concede agli inermi e che nessuno può pretendere, è un gesto insuperabile di unità e di misericordia. Il martirio è la sconfitta di ogni eclissidi Dio, è il Suo ritorno in pienezza attraverso l’offerta della vita da parte dei Suoi figli. Una consegna di sé che vince il male, perfino quello “ingiustificabile”, perché ricostruisce l’unità, anche con colui che uccide. Come Gesù prende il nostro male su di Sé perdonandoci in anticipo, così il martire abbraccia in anticipo il suo carnefice in nome del dono di amore di Dio stesso, da tutti riconoscibile almeno come assoluto trascendente (verità)».

Per questo non possiamo che essere grati a Chiara e a Francesco per il loro desiderio di martirio come espressione di supremo affetto per Cristo ed in Cristo ad ogni uomo, ai protomartiri francescani a tutti i confessori e martiri, a Christian de Chergé, a Shahbaz Bhatti e a Padovese: loro ci hanno mostrato il Dio che non ci abbandona, il Signore che ritorna; il volto tenero e forte del Dio della verità, dell’amore e della pace.

Prof. Paolo Martinelli, OfmCap

Preside Istituto Francescano di Spiritualità

Pontificia Università Antonianum - Roma

Relazione svolta in occasione della presentazione del libro Giovanna Casagrande, Intorno a Chiara. Il tempo della svolta. Le compagne, i monasteri, la devozione. (Viator, 13), Edizioni Porziuncola, Assisi 2011 promossa da Protomonastero S. Chiara - Istituto Teologico di Assisi - Scuola Superiore di Studi Francescani e Medievali della Pontificia Università Antonianum (Assisi, Basilica Santa Chiara - Venerdì 15 aprile 2011).

Pubblicato in: L’Osservatore Romano, giovedì 11 agosto 2011, p. 4.

VITA DI SAN PIETRO

Uno de primi cinque Martiri dell'Ordine di Francesco

Amplamente essendo state descritte , specialmente da Marco da Lisbona, le gloriose gesta di questo Martire illustre, e uno de' pri­mi, che abbiano per la confessione della fede di Gesù Cristo onorato colla palma del santo martirio l'ordine Minoritario, noi altro qui non faremo, che ricapitolare, o poco più, quanto egli, ed altri Autori ne dissero ; e non potendo io, dirne ne di più, nè di meglio, di quello essi ne han detto. Il solamente sapersi, che questo gran Servo di Dio è stato un Martire di Gesù Cristo, e un'ardente Confessore della sua Di­vinità , e del santo suo nome, e come tale venerato dalla Chiesa , e onorato su gli Altari, esser deve più che bastante ad eccitare la nostra divozione verso di esso, e ad implorare il suo credito, e il suo patrocinio appresso la Maestà divina, ancorché s'ignorasse il tutt'altro della sua vita, e quello mai fece per giugnere a un grado così alto di perfezione, quale è quello di dare la propria vita per Gesù Cristo, e con che  ha grandemente onorato il Suo Ordine, e renduta sommamente gloriosa la sua Patria; e di cui ne può andar questa a gran ragione Santamente superba.

Nacque egli in Sangemino, e per quello abbiamo potuto sapere dalla famiglia detta de' Bonanti (1) una delle più no­bili, e antiche del Paese, ma che però è da gran tempo estin­ta. S'ignora affatto come si chiamassero il Padre, e la Ma­dre ; de' quali pare nondimeno, che non possa dubitarsi , che non fossero persone assai timorate di Dio, e che perciò . non si prendessero ancora tutta mai la cura, e attenzione possibi­le per bene allevare questo loro figliuolo, e incamminarlo per la strada della virtù.

Viveva a quella stagione il Serafico Patriarca Francesco, Istitutore della Religione de' Frati Minori, il quale nel viag­giare che faceva da un luogo all'altro dell' Umbria inferiore divertì più volte alla Terra di Sangemino, la quale ebbe perciò l'onore e di accoglierlo entro le proprie mura, e di ascoltarne le fervorose sue prediche, e di essere spettatrice del­la sua gran santità, e de' suoi miracoli a prò de' suoi Citta­dini , e di fabbricargli ancora, esso vivente, un Convento per i suoi Frati, appresso le proprie mura.   Quindi è, che  una volta in que' primi tempi , non essendo per anche stato fabbricato il detto Convento, avendolo alloggiato un Be­nefattore suo molto divoto, e persona assai da bene, il quale aveva la moglie posseduta dal Demonio, il Santo colla forza delle sue orazioni lo fece fuggire, liberando Lei, e il Marito da quel travaglio ; ricompensando loro Iddio 1' ospitalità praticata verso il suo servo (2).

Il nostro Pietro adunque avendo dovuto ammirare in esso la perfezione di quella sua vita tutta evangelica da lui rinuovata, e ristabilita maravigliosamente nel mondo, e che faceva dello strepito per ogni dove, si determinò di volerlo imitare. Che perciò nel tornare , che fece una volta il Santo da Calvi, conducendo seco un giovane per nome Berar­do, nativo di quel luogo, e passando per Sangemino , gli si presentò il nostro Pietro, e lo pregò di riceverlo all' Ordine, e di aggregarlo nel numero de'suoi Seguaci, e de'suoi Discepoli. Il Santo avendo scorto con lume divino sin da quel punto quello sarebbe egli stato, prontamente ne lo compiacque, conducendolo seco in compagnia di Berardo per ammaestrarli ambedue nelle vie dello spirito, e nella scienza de' santi, di cui era egli un' eccellente Maestro (3).,

Benché s'ignorino le particolarità de' suoi fervori nel nuo­vo genere di vita da esso intrapresa in que' pochi anni, ne quali visse nella Religione, il progresso nondimeno, che egli fece in cosi breve tempo nella santità, fu tanto, e cosi rapi­do , che di già ne aveva toccata la meta, quanto altri appe­na incominciano a muoversi, come è facile  argomentarlo da quanto siamo or ora per dire.

Correva l'anno 1219, e perciò il settimo in circa di sua vestizione, in cui dal Serafico Patriarca fu tenuto nella Ma­donna degli Angioli il gran capitolo, detto delle Stuore, di quasi cinque mila Frati, fra i quali vi si trovarono ancora e il nostro Pietro, e il mentovato Berardo, ambedue già Sa­cerdoti, e forse tali ancora prima di entrare nell’ Ordine.

Or come che tralle altre disposizioni ivi fatte e risoluzioni presevi in esso dal Santo Padre , una fu quella, di mandare pa­recchi de' suoi Frati in diverse parti del mondo a predicare , non che la penitenza ai Cristiani, ma la Fede eziandio agl’ Infedeli, così per tal'ardua , e pericolosa impresa fece la scelta di quei, che conobbe li più atti, li più fervorosi e accesi del desiderio di sagrificare la propria vita per la confessione della fede di Gesù Cristo. Fra questi furono li due men­tovati Pietro, e Berardo, che con molto piacere, e contento del santo Patriarca gli si mostrarono vogliosissimi di andare a patire tormenti, e morte per una causa sì bella: e il che far deve a noi tutta mai la ragione di crederli divenuti religiosi molto perfetti, e di una virtù consumata : giacche non può darsi, come Gesù Cristo ci avvisa, carità la maggiore , e perciò santità , e perfezione più grande, e più elevata di quella , che dare la propria vita per la salute eterna de' nostri prossimi.

Chiamatili dunque a se ambedue con altri quattro il Beato Padre fece loro una breve, e fervorosa esortazione, e assegnato ad essi per Superiore un certo F. Vitale , inviolli alla volta della Spagna, occupata allora in gran parte da i Mori. Essendosi perciò eglino posti in cammino scalzi a piedi, e senza portar seco altra cosa, che la carità di Gesù Cristo, di cui erano ripieni, giunsero dopo molti disagi nel Regno di Aragona. Ma essendosi quivi ammalato gravemente Fra Vi­tale, e della quale infermità poi morì, gli altri cinque, Be­rardo, Pietro, Ottone, Accursio , e Adiuto proseguendo il loro viaggio se ne andarono a Coimbra, capitale allora dèl Porto­gallo; e da dove s’ inviarono poscia a Siviglia residenza di uno di quei Re Mori, dominanti a quel tempo nelle Spagne.

Giunti che furono colà, e ricevuti cortesemente. da un di­voto Cristiano nella propria casa, vi si trattennero otto gior­ni, stati spesi da essi in continue, e fervorose orazioni, rac­comandando a Dio con gran caldezza il negozio, per cui era­no andati, e pregandolo a dar loro forza, e il necessario co­raggio per proseguire, e terminare felicemente a sua maggior gloria, e per salute spirituale di quegl’ Infedeli la grande impresa. Dopo di che, essendosi consigliati insieme di quello avessero a fare, come condursi in tal faccenda, in un vener­dì a mattina, giorno festivo per i Maomettani, se ne anda­rono alla loro Moschea, dove era adunata grandissima quan­tità di essi Mori per fare la loro orazione, e tosto essendovi entrati, incominciarono con gran fervore a predicar loro la Fede di Gesù Cristo; "riprovando ad un tempo stesso come va­na, e falsa la legge di Maometto.

Ad un parlare siffatto, e proferito cosi all'improvviso, e con tanta arditezza in un pubblico concorso di popolo, da que' cinque Stranieri, poveri, scalzi, macilenti, e male in arnese, se stordirono sulle prime que' Mori, gli tennero non­dimeno per pazzi, e non ne fecero molto caso. Ma conti­nuando eglino tuttavia a predicare, ed esaggerare la lor cecità in professare la legge di un impostore, qual'era Maometto, si accesero tutti di tanto sdegno, che avventatisi loro addosso furiosamente con pugni, calci, bastonate, ed urtoni gli respinsero in dietro, e cacciarono fuori della Moschea. Benché allegri, e contenti que' Servi di Dio per quel pri­mo incontro, che erasi lor presentato d'incominciare a pati­re per Gesù Cristo, s' accorsero ben presto, che in un popolo pieno di fanatismo per la sua legge, e prevenuto sino dalla nascita per gli errori dell'Alcorano, e intestato per la stima, e difesa del medesimo, non dovea sperarsene alcun profitto, onde doversi prendere intorno a ciò altra strada , creduta più breve, e più adatta al disegno da lor conceputo. Questa era il tentare da prima la conversione del Re di quelle genti. Che perciò, essendosi avviati concordemente alla Corte, do­mandarono, ed ottennero udienza da quel Principe, dicendo di aver cose importantissìme da manifestargli e da non co­municarle che a lui solo.

Giunti alla sua presenza incominciarono intrepidamente a persuadergli, che abbandonata la falsa setta di Maometto do­vesse ricredersi dalle sue imposture, e abbracciando la Cristiana Religione, credesse in Gesù Cristo, e si battezzasse; con che assicurata avrebbe la sua eterna salute. Il Re che si cre­deva di dover sentire tutt'altro, tenendosi come schernito , e beffato, grandemente alterossi. Ond' è che tutto fuori di se per la rabbia, chiamandoli uomini perduti, pazzi, e Sventu­rati, disse lor con fierezza : “ E come aveste voi tanto ardire, sciagurati, e infelici che siete, di venire alla presenza mia per dire queste parole senza fare alcuna stìma ne della mia corona, né delle vostre vite medesime, che dovreste perdere infallibilmen­te per le atroci bestemmie da voi proferite contro il mio gran Profeta “ ?  A cui i Santi risposero : “ Sappi , o Re, che Gesù Cristo è stato quello che ci ha mandati , e che ci ha comandato , dicen­doci : Andate, e insegnate a tutte le genti la vera strada della salute, e che battezzerete poi nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo ; mentre chi crederà sarà salvo , e chi non crederà, sarà  condannato. Or  l’ esser noi venuti a te, o Si­re, è stato , perchè essendo la Maestà Vostra il capo di questi Popoli, conosciuta che voi aveste la verità, potrete poi assai  facilmente farla conoscere ancora ad essi» A voi dunque si aspetta, o Sire, di accettar volontieri , e con allegrezza il benefizio , che Gesù Cristo vi fa coll' offerirvi per nostro mezzo la sua Fe­de Santissima, e mediante questa ancora la sua grazia, e la sua amicizia col Regno de' Cieli “.  Ma il Re in sentire tali cose , come se udite avesse le più atroci bestemmie, turandosi per orrore con ambe le mani le orecchie esclamò  “Oh uomini maledetti ! Al certo , che le vostre grandi sceleraggini vi devono aver condotto qua, perchè le paghiate ora tutte in una volta, nè vi sarà per voi altro rimedio che l’ un delle due, O che vi disdiciate di quanto pazzamente , e con tanta temerità , s insolenza avete, detto, abbracciando ancora la fede del nostro  gran Profeta ed io vi farò grandi, e ricchi nel mio Regno  che ricusando voi di far ciò , io vi caverò la pazzìa dalla testa col farvi crudelmente morire.  Ma que' fervorosi Servi del Signore nè adescati dalla promesse , nè spaventati dalle minaccie, tosto gli soggiunsero : “ Se la vostra Legge, 0 Sire, fosse conforme al vero , ed al giusto , e non, com’ ella è, lorda , bugiarda, ed iniqua , e contraria eziandio al buon senso , e alla retta ragione , voi avreste qual­che ragione a volercela persuadere ; ma condannando essa all’ Inferno tutti quei, che la seguono, noi la detestiamo, nè perciò facciamo alcun conto delli vostri tesori, nè delle vostre grandez­ze , come nè tampoco delle vostre minaccie, e de vostri tormen­ti ; poiché tutte cose vane , e che passano in un baleno ; quan­tunque abbiano forza di affascinare il cuore , e la mente de’ seguaci di Maometto, sino a privarli di conoscere la vera luce, e con ciò evitare quegli atroci, ed eterni tormenti, a cui son destinati, e da quali, o Sire, vi scongiuriamo a liberare per tempo l’ anima vostra col credere in Gesù Cristo”.  Allora il Re montato in maggior furore, nè volendoli più sentire, diede ordine, che tolti di là fossero crudelmente ammazzati. 

Fu indicibile la gioja de' nostri Santi in ascoltare un si terribil comando; onde è che Pietro, e Berardo, per essere Sacerdoti, si diedero ad inanimare fervorosamente gli altri tre lor compagni a soffrire allegramente la morte , giacché il Signore in cosi poco tempo, e dopo breve combattimento, e travaglio voleva coronarli di una corona immortale, e cotan­to gloriosa per essi. Tuttavia però, essendo per allora restato pago il Signore di questo loro fervore, e ottimo desiderio, e riserbandosi a maggior pruove fece, che al figlio del Re essendo venuta compassione di loro, adoprossi presso del Padre efficacemente, ed ottenne, che fosse sospesa la sentenza di mor­te; onde è, che furono imprigionati per allora, per poi ve­dere ad altro tempo la loro causa. Erano eglino stati rinserrati in una Torre : ma la brama di convertire quegl’ Infedeli era in essi cosi ardente, che sembrando loro, come impossibile, il contenerla, salirono sulla più alta cima della medesima, e da i merli predicavano a tutti quei, che passavano di là sotto. Il che essendo stato ripor­tato al Re , li fece rinchiudere in un'altra, e nel più profon­do di essa, e sotto terra, dove stettero lo spazio di cinque giorni sempre in orazione, e raccomandando le loro anime al Signore. A capo de' quali avendoli il Re fatti ricondur­re alla sua presenza incominciò di nuovo a tentarli sulla lor fede con più grandiose promesse, e con maggiori minaccie, ma scorgendoli sempre più costanti, e risoluti che mai di mo­rire per Gesù Cristo, e che non cessavano di abborrire, e detestare Maometto, e la sua legge ; consigliatosi intorno a ciò co' suoi Grandi , li fece imbarcare , e spedire alle Terre de' Cristiani; mal'imbarco essendo per Marocco , per divi­no volere furono colà trasportati, giacché Paese ancora questo occupato da' Mori, e dominato dal Re Miramolino (4).   Del gran Martire, e Vescovo S. Ignazio sappiamo, essere stato cosi acceso, e ardente il desiderio e la voglia di morire per Gesù Cristo, e per la confessione del santo suo Nome, che dando avviso a i Fedeli di Roma della sua andata colà per essere esposto nell' Anfiteatro alla crudeltà delle Fiere , non solamente pregali a non impedirgli in alcun modo quella glo­ria, e quell'onore, ma gli assicura, che semmai quelle bestie feroci avessero voluto rispettarlo, come rispettati aveano tanti altri Martiri, e perciò ricusato di offènderlo, egli le avreb­be stuzzicate, agitate, e ancor violentate a divorarlo. Or da un simigliante ardore , e acceso desiderio di conseguire il martirio sembra, che fosser animati eziandio il nostro Pietro, e i suoi compagni, come evidentemente si renderà manifesto da quel tanto posero eglino in uso per tal'effetto ; stuzzicando, e violentando in tutti i. modi, e in tutti gl'incontri la rab­bia , e la fierezza de' Mori contro se stessi per essere fatti martiri di Gesù Cristo col predicarlo ad essi, ed esortarli ad abbracciare la santa sua Legge, abbandonando quella di Mao­metto,  Che perciò : arrivati che furono eglino a Marocco , Cit­tà capitale di quell'Imperio moresco (5), incominciarono subito ad annunziare per le contrade, e strade della medesima Gesù Cristo. Ed avendo saputo, che il Re Miramolino era fuori alla visita de' Sepolcri de’ suoi Maggiori, si posero ad aspettarne il ritorno sulla pubblica strada» Non appena lo viddero a comparire , che salito un di loro su di un poggetto per essere meglio inteso, e veduto, diedesi ad alta voce ad annunziare l'evangeliche verità. Sorpreso il Re ordinò tantosto, che fossero presi tutti cinque, ed esiliati nelle Terre de Cristiani.  Accadde però, che essendo condotti a tal' effetto verso Ceuta , per ivi imbarcarli pel Portogallo, s'invola­rono all' improvviso agli occhi di quei, che li conducevano, e se ne tornarono a Marocco, ponendosi a predicare nella pubblica Piazza, Ciò saputo dal Re gli fece subito impri­gionare, ordinando, che non si dasse loro ne a mangiare, né a bere, e in tal modo passarono venti giorni, ma sostentati dalla Divina Grazia.  A capo de' quali , sentendo il Re, ch' erano per anche vi­vi, se gli fece presentare.   E vedendoli con sua gran mara­viglia cosi vegeti, e in istato di salute assai meglio, che per lo innanzi, domandò a F. Berardo, che intendeva bene l’ idioma arabico, chi avesse dato loro a mangiare in tutto que­llo tempo.   A cui Berardo rispose, che tutte le volte si fosse egli voluto render Cristiano, avrebbe ancora facilmente compreso, e saputo, come Dio colla sua onnipotenza può sostentare ancora senza cibo corporale i Servi suoi.   Ma il Re sen­za dir altro li fece consegnare a i Cristiani, da' quali furono serrati in una casa per poi rispedirli di nuovo verso Ceuta, e con ciò liberarsi ancor essi dal timore di qualche disgrazia , che lor potesse avvenire per cagion de' medesimi.   Gli rispe-dirono in fatti con ogni cautela a quella volta: ma quando furono alla metà del viaggio, ecco fuggirsene di nuovo da quei che l'accompagnavano improvvisamente, e tornarsene a predicare a Marocco.   La qual cosa risaputa da' Cristiani di quella Citta, temendo qualche tumulto di que' Mori anche contro se stessi , "e di poter tutti pericolar nella vita, li pre­sero , e rinserrarono con buone guardie dentro un Palazzo.   Ma perchè la condotta tenuta da questi Servi del Signore sembrar doveva agli occhi del Mondo per grandemente im­prudente e temeraria, e giudicata un'effetto di furiosa pazzia, o di fanatismo, volle Dio con un prodigio stupendo autenti­care la loro missione per un'opera sua, e che ciò, che essi facevano non era, che un' effetto, e un' impulso dello Spiri­to Santo, che li moveva interiormente ad agire in quella guisa, e con quel fervore. Accadde dunque, che in questo mentre gli Arabi facessero un irruzione nel Regno di Marocco per depredarlo, e farvi altri mali. Ciò saputo dal Re adu­nò subito un esercito e accompagnato da parecchi Cavalieri Pòrtoghesi, che trovavansi allora alla sua corte, andò a respingerli e data loro battaglia, ne ottenne una completa vittoria. Ma avendo voluto incalzarli dappoi con troppo vigore, e assai da lontano, si trovò impegnato con tutto l'esercito in una val­le talmente sterile, e del tutto arsa, e deserta, che non vi era tampoco una goccia d'acqua da poter bere; per lo che morivansi tutti e uomini, e animali di una cocente sete, e ciò senza rimedio* (6).

In tale stato di cose, ecco a comparire colà improvvisamente i nostri Santi, che in quel general movimento, e turbazione, in cui si pose tutta la Città di Marocco alla nuo­va degli Arabi per andar loro incontro, e respignerli, era ad essi riuscito" di sortire da quel palazzo, dove erano stati rinchiusi, e incamminaronsi dietro 1' Esercito colla mira di assistere a i feriti, e agl'infermi, e con tal mezzo guadagnare forse ancora qualche anima a Gesù Cristo. Vedendo eglino dunque lo stato compassionevole, e infelice, in cui era tutta quella gente ne rimasero grandemente commossi : e preso il buon punto nondimeno, sulla speranza di averli a convertir tutti , o la maggior parte, si offersero in pubblico animosamente, che volendo eglino abbandonare la Legge di Maometto  e credere in Gesù Cristo avrebbono ottenuta in quel punto quant' acqua avesser bramata. La qual proposta essendo stata riferita al Re: “ Anzi per questo appuntodisse eglici è avvenuto così grave gastigo, perchè non abbiamo vendicate in questi scellerati le grandi ingiurie, ed enormi bestemmie proferite da essi contro il nostro gran Profeta.

Ad onta nondimeno dell' ostinata perfidia di quel Principe , e a riguardo ancora di quei Cristiani, che erano in quell' esercito, volendo i nostri Santi far conoscere a tutti coloro 1' onnipotenza di Dio, l'eccellenza di nostra Fede, e di qual merito, e forza ella sia, si rivolsero a Dio coll’ orazione, e lo pregarono a degnarsi di confondere la cecità, e perfidia di quegl' infelici Maomettani. Dopo di che uno di loro preso un bastone fece con esso una picciola fossa in terra, d' onde ne scaturì subito una fonte d'acqua limpidissima , e in tan­ta copia, che fu sufficiente a dissetare non solamente quel numeroso Esercito, e le loro Bestie, ma a caricarne ancora per lo ritorno, che far doveano alla Citta. Il che fatto, perchè fosse più evidente il miracolo, la fonte subito si seccò.

Grandissima fu l'ammirazione, che cagionò un tal miracolo ne' Cristiani, e maggiormente ne' Mori, per lo che affollavansi tutti a gara intorno ad essi per toccare, e baciare per lo meno i loro abiti ; onorandoli, e venerandoli come veri servi, e amici di Dio. Solo il Re Miramolino, qual altro Faraone alla vista di un prodigio si manifesto , e si chiaro, e di cui era stato spettatore non men esso, che tutto il suo popolo, rimase duro, e ostinato nel proprio cuore, e confer­mato nella sua perfidia : e non che diminuire, accrebbe anzi lo suo odio-, e livore verso di quelli. Se ne accorsero i Cristiani di Marocco; onde ebbero per meglio, fatto, a cautela migliore di rinserrarli di nuovo nel primiero palazzo con buo­ne guardie, acciò nè il Re, nè i Mori avendo occasione di vederli, nè di sentirli si smorzasse a poco a poco quell' ira che contro di essi bolliva loro nel petto.   Ma qual' è mai quella forza creata, che impedir possa l’ infinita dello Spirito Santo, o in qualche modo resistergli? questi è d'uopo, che operi, nè può starsi un momento solo ozioso in quelle ani­me , delle quali ottiene un fortunato possesso, facendole agire con tutto mai il vigore, a dispetto di quante opposizioni sa mai inventare, e porre in uso l'Inferno d'accordo colla car­ne, e col mondo suoi fedeli alleati.

Quindi è, che sebbene il nostro Pietro co’ suoi Compagni si vedessero trattati con tutta mai la venerazione, e rispetto, qual' era dovuto alla loro virtù, e al loro merito ; e del che però non curavano punto, che anzi abborrivano estremamen­te ; al considerar nondimeno di dovere stare cosi oziosi, e rinchiusi in quel palazzo, e guardati a vista, senza poter proseguire la grand' opera, per cui erano stati da Dio spediti sin là dall' Italia, li affliggeva oltre modo. Riuscì loro alla fi­ne il sortirne nascostamente, e di darsi di bel nuovo all' usato uffizio della predicazione. Ma essendosi incontrato in quel mentre a vederli, e sentirli il Re, gli si riaccese lo sdegno nel petto, e l'odio nel cuore talmente, che fattili arrestare in quel punto stesso , li fece consegnare ad Abozaide suo principal ministro con ordine di farli tosto giustiziare. Ma siccome erasi quelli trovato presente al miracolo dell'acqua, poco fa raccontato, e concepita perciò verso di loro una grandissima stima, si trovò molto imbarazzato per l'esecuzione del co­mando. Tanto fece nondimeno, e adoprossi colla mezzanità del figlio del medesimo Re, e con quella dell'Infante D.Pie­tro Principe di Portogallo, dimorante allora colà in quella Corte, che ottenne di poterli mandare a Ceuta sotto la scorta di un distaccamento, ed ivi imbarcarli per le Terre de' Cristiani. Ma che ? In quella notte medesima , in cui giunti erano a Ceuta, se ne fuggirono nuovamente, come le altre volte, e se ne tornarono a Marocco a predicare.

Fu però tale, e tanta la commozione, e'1 furore di quel popolo nel sentirli a biasimare così pubblicamente Maometto, e la sua legge, che si gettarono con impeto loro addosso ; ed oltre al farne il più tristo, e bestial governo con pugni,  cal­ci, bastonate, sassate , e gettarli per terra, e calpestandoli quasi bruti animali, li trascinarono cosi mal conci, e insanguinati al Tribunale del primo Visire , chiedendo  tutti ad alta voce, che come empj, e bestemmiatori,  sagrileghi del loro Profeta,  li facesse morire.   Il Giudice dagl’ interrogatorj lor fatti avendo compreso la loro fermezza, e costanza  nella Fede di Gesù Cristo , e quanto pronti a morire per essa , con un abborrimento estremo alla Setta di Maometto, li fece spogliare, e battere crudelmente, e poi stropicciare le lor piaghe con aceto, e sale. Dopo di che, feceli dare in balia al popolac­cio , perchè se ne vendicasse a suo, piacere.   Non può certa­mente spiegarsi abbastanza il crudele  scempio , che  ne fecero quelli inumani. Li trascinarono per lunga pezza per terra di qua, e di là sopra i sassi, e vetri  rotti, sino a che i loro corpi addivennero  tutt' una piaga,  grondando sangue d' ogni parte ; facendo a gara ciascuno a chi sapeva più crudelmente trattarli, ed offenderli, e aumentare, le loro piaghe.   Non mancavano però eglino infrattanto, come vittime destinate al macello , di patire con allegrezza grande tutti quei strazj, di darne gloria, e ringraziamenti a Dio, confessando intrepida­mente Gesù Cristo in mezzo a' loro tormenti.   Ed essendo già mezzi morti, furono finalmente ricondotti in carcere, dove, come se non fosse avvenuto loro male alcuno , passarono tutta la notte in lodare, e ringraziare Dio, ed incoraggirsi 1' un l’ altro a nuovi, e maggiori tormenti.   Ma quel Signore, che si compiace estremamente di mirare dall' alto a combattere da forti i servi suoi, e che aveva somministrato ad essi l'ajuto, e vigor necessario a patir tanto, volle ancora dar loro un contrassegno sensibile dell' amor suo. Che perciò, in quella notte medesima apparve loro in mezzo ad una risplendentissima luce, che cangiando quell'orrido e fetido luogo in un Paradiso, li racconsolò dolcemente promet­tendo loro ogni più valida assistenza sino che terminata fosse la loro battaglia, la di cui ricompensa non era che assai vici­na : il che detto disparve, lasciandoli ricolmi di una gioja la più dolce, e la più esuberante. Le guardie, che erano ivi vicine si accorsero dello splendore, e sembrò loro di vedere in esso molte persone, a tal che temettero, che avessero condotti via seco loro i prigioni. Ma avendoli intesi poi a cantare quasi tutta la notte  si riassicurarono ; e andati la mattina a vederli, li trovarono in orazione , e tutti allegri, come se non avessero avuto mai male alcuno.

In questo mentre però , essendo tornato il Re Miramolino in Città , e informato dell' accaduto il giorno innanzi in rapporto ai * nostri Santi, si risolvette di voler terminare da per se stesso in persona quella causa, o di convertirli o vero di ammazzarli: fatta perciò questa deliberazione , se li fece condurre cosi mal conci come erano, a' quali disse: “ Orsù, cosa voi bramate , e volete più : essere miei nemici, e ribelli, e perciò come tali di avere a morire crudelissìmamente ; ovvero miei amici carissimie i primi del mio Regno ? “ Alla qual proposta risposero i Santi: “Ch’ egli potevae doveva tenerli per suoi veri, e sinceri amici, e gli più interessati per il suo bene , mentre erano venuti da sì lontan Paese a questo unico og­getto di giovare a lui, e a tutto il suo Regno, perchè non avesse egli a perdersi eternamente con tutti i suoi Sudditi”Al che non sapendo il Re che replicare, si consigliò co' suoi gran­di. Dopo di che fece ad essi di nuovo delle generose offerte, di ricchezze, di onori, e di piaceri: ma eglino facendosi beffe di tutto, come cose vane, caduche, e di verun conto,. si posero ad esaltare la santità del Vangelo, e 1' eccellenza della, legge purissìma,, e perfettissima di Gesù Cristo ; col detestare all' incontro, e biasimare quelle di Maometto, come tutta carna­le , e repugnante al buon senso, e alla retta ragione. Laondeil Re essendo già persuaso, e convinto di lor costanza, e che perdeva con essi il tempo e la fatica, si deliberò di ammaz­zarli egli stesso colle proprie mani.

Gli fece dunque condurre nella piazza, dove affollossi allo spettacolo una moltitudine grande di popolo, e dove compar­ve poco appresso il Re Miramolino, e fattili porre tutti cin­que in ginocchio colle mani ligate dietro le spalle, e distanti 1’uno dall' altro, prese nelle mani una scimitarra, e ripieno d' ira, e di rabbia, rivolto al popolo colà concerto disse ad alta voce : “ Io voglio colle mie proprie mani fare le vendette del nostro S. Profeta, e dello scherno e dispreggio, che costoro hanno fatto di esso e della sua santa Legge “ . Il che detto scaricò furiosamente, e a tutta forza di braccio un fendente sulla testa di ciascheduno, spaccandole ciascuna sino al mento. Con che addivennero il nostro Pietro co' suoi quattro compagni Martiri gloriosi di Gesù Cristo, e i primi, che coll’ effusione del proprio sangue onorassero in tal guisa l'Ordine Minoritano, vivendo per anche il Serafico Istitutore Francesco : e il che avvenne alli 16  di Gennajo dell’ anno 1220.

loro corpi restati ivi esangui, e a discrezione del Popo­laccio furono straziati in mille guise, e poi gettati in mezzo ad un gran fuoco. Ma non volle Dio, che restassero offesi dalla fiamma in un sol capello. Tuttavia que' Barbari ancor­ché vedessero un tal miracolo, pria che restarne commossi, si sforzarono colle loro sciabole di ridurli in minutissimi pezzi. Iddio però che veglia alla custodia, e conservazione sin anche dell' ossa de Servi suoi ; e che se tarda la vendetta sopra de’ suoi nemici, poi la raddoppia, fece all' improvviso scendere dal Cielo tale , e così grande impetuosa tempesta di grandine, accompagnata da tuoni , lampi, e saette cosi frequenti, che que' Mori tutti spaventati, e atterriti, se ne fuggirono più che di fretta alle loro case, dentro le quali non si teneano  tampoco sicuri. Allora i Cristiani avendo preso animo confidando in Dio, e nella protezione di que' santi Martiri, uscirono animosamènte dalle loro case, dove per timor degl’ Infedeli eransi dapprima rinchiusi , si diedero a raccogliere quelle san­te membra sparse in qua, e in là, che conservarono decente­mente. Dopo di che postele insieme in. due casse le trasportarono nella Città di Coimbra in Portogallo, e collocate nella Chiesa di S. Croce, ivi sono tuttora conservate.

Numerosissimi furono i miracoli, che Dio operò allora, ed ha continuati ad operare dappoi per i loro meriti. Dal che mosso Sisto Papa quarto ducento sessant' anni dopo canonizzolli, che fu nell'anno 1481. assegnandone la festa, e l'uffi­zio alli 16 di Gennajo, che stato era il giorno del loro  glorioso martirio.

RIFLESSI MORALI.

Che vivezza mai di Fede , che fermezza grande nello sperare , e che amore ardentissimo per Gesù Cristo si è do­vuto ammirare nella condotta tenuta da questi Santi !  Vanno con ardore stupendo a cercare la salute eterna delle Anime, state ricomprate col sangue preziosìssimo di Gesù Cristo, e a procurarsi con tal mezzo un crudele martirio : nè sanno tro­vare mai quiete sino che Iddio non ne fa loro la grazia. Quando si ha una Fede pura, una speranza certa, e che si ama da dovvero Gesù Cristo, nulla si sperimenta di rincrescevole, e duro nell'osservanza della sua santa Legge, e del suo Vangelo, ma tutto riesce facile, e tutto dilettevole. Si riguar­da la vita presente come un esilio, a cui siamo condannati in pena del peccato di Adamo , e dove Dio ci ha posti per provare la nostra fedeltà, la nostra ubbidienza, e il nostro amore verso di lui, per cosi aver motivo di darci que beni infiniti, che a tal'effetto tien preparati colassù in Paradiso : e perciò un vero Cristiano, che sia penetrato intimamente da queste verità non fa il menomo caso de' beni, e delle ricchez­za di questo mondo, non ne cura le consolazioni, si fa beffe delle grandezze  ed ha in orrore i piaceri ; perchè tutto è vanità

(1) Nell'antica facciata della Chiesa di S. Gio. Battista di S. Gemino,  la quale fu Collegiata, e servita da  quattro Canonici, e un' Arciprete sino all'anno 1346., in cui essendone stati   tolti dal Vescovo di Narni Agostino  Tinacci Fiorentino dell'Ordine di S. Agostino , fu conceduta ai Religiosi del medesimo Ordine, vi si legge in un marmo la seguente iscrizione :

+ANNI . AB INCARNATIONE MILLE OCTVAGINTAIIII

VI < OCTVB. OBIIT PETRVS DE BONANTI

Ancora Fanusio Campano, Autore molto stimato , come si ha dal Gam berti (a) , lasciò scritto delle nobili, e   antiche Famiglie di Sangemino (b)- In Oppido SanBigemini funt nobiles de Cafuntiis, antiquissima famili a : de Phadulphis; de Fattibonibus ; de Gru mulìs, & de Bonantibus.   Sunt ant quifsima, & tempore Longobardorum

Ora però tutte esiinte

a) In tratl. apolog. Sanguin. hai. par. 2. , art. 9. , num. 15. , pag. 305.

(b) Fanuf.Campan.de famil.Itllustr. lib. 4. cap, 16.

(2) Di questo miracolo operato da S. Francesco in Sangemino ne parlano i più antichi Scrittori della sua vita e delle Croniche dell'ordine Minorità no, e specialmenre Marco da Lisbona (a) ed il Pisano (b) , che lasciò scritto : In Castro Sactigemini parlan- do del detto Santo Patriarca, praedicatione facta a quodam viro devoto susce ptus kofpitio<3 cujus uxor a Demonio    io), , vexabatur ,. posi orationem- in virtute obedientia Demoni imperando , ut exi ret, eum-Divina Poteflate tam subito ejfugavit, ut vere clarefceret, quod ebe dientiA fanBis vertute pervicacia De morite; non oèsijtie,. Ciò replica anco ra non molto dopo nella enumeralo» che fa de' Conventi dell'Ordine 5 nella Provincia dell' Umbria, dicendo, Locum SanBigemini, in quo B. Fran­ilo t e cifcus uxorem cujujdam fui hofpitis a Demonio, aquovexabatur, libera^it (e).

(a)  Cron. Min. Tom. i. cap.j. Hb. 3-pag.^^g. (b) lib. Conform.S. Frane, fruB. X., fot. \ col. 4.. (c) loc.  pag. 121.

(3) Gli atti di questi Santi, eflendò stati fcritti nel tredicefìmo secolo, in cui erano in voga grandemente le abbreviature, oltre alla qualità de caratteri assai mal formati per Teccessiva freftacon cui apprendevasi a seri vere,, speci al*-

Presentazione del volume "Dai protomartiri francescani ad Antonio da Padova"

Venerdì 10 giugno alle 17 al Museo Diocesano di Terni si è svolta la presentazione del volume Dai protomartiri francescani ad Antonio da Padova, atti della giornata internazionale di studi (Terni, 11 giugno 2010) pubblicato dal Centro di studi Antoniani di Padova.

All'incontro sono intervenuti il vescovo Vincenzo Pagliadon Lorenzo Cappelletti, docente del Pontificio Collegio di Anagni e della Pontificia Università Antonianum di Roma, padre Pietro Messa, preside della Scuola di studi medievali e francescani dell'Università Antonianum, Luciano Bertazzo, direttore del Centro studi antoniani di Padova e don Claudio Bosi, direttore dell'Ufficio per i beni culturali della Diocesi di Terni Narni Amelia.

Intervento Terni 10 giungo 2011

Si può dire che veramente la serie di iniziative di questi ultimi anni volte alla riscoperta e valorizzazione della santità dei Protomartiri Francescani ha avuto origine dalla liturgia.

Infatti la liturgia dei Protomartiri Francescani che i Francescani celebrano il 16 gennaio, a Terni non poteva che assumere un particolare aspetto di festosità, essendo essi oriundi di questa terra. Ad un certo punto – sempre all’interno della festa liturgica – parafrasando la celebre frase di Tertulliano, si è coniato e approfondito l’assioma “il sangue dei Protomartiri Francescani è diventato il seme della vocazione minoritica di sant’Antonio di Padova”.

Riconoscendo poi che quel sangue era oriundo di questa terra, ecco che alla suddetta riflessione si è aggiunto il desiderio di approfondire la peculiarità del francescanesimo della Diocesi di Terni-Narni-Amelia vista proprio nella vicenda dei Protomartiri Francescani.

Ma riscoprire, narrare e divulgare la loro vicenda non era facile: da anni si trascinava un giudizio negativo – anche, se non soprattutto, all’interno del mondo francescano – nei loro confronti essendo visti come una sorta di integralisti e fanatici da dimenticare non solo come una delle pagine contraddittorie della storia francescana, ma persino che non compresero e vissero la novitas di frate Francesco. Accanto a ciò si vedeva il rischio di pericolose strumentalizzazioni in funzione antiislamiche, se non persino di possibile appiglio per gesti terroristici; basta ricordare ricordi che era passato poco tempo dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona del 12 settembre 2006 e gli strascichi erano ancora vivi, così come anche le reazioni violente alle vignette satiriche contro l’Islam pubblicate in Danimarca non da un giornale di grande diffusione, ma da un “foglio” locale.

Per dirla in breve i Protomartiri Francescani risultavano sempre più – per usare termini popolari – come degli scheletri nell’armadio di cui sbarazzarsi appena possibile e senza farsi notare.

Tuttavia si accolse la sfida e nel 2009 Esperia Urbani pubblicò per le Editrici Velar-Elledici il libretto di alta divulgazione “Protomartiri Francescani”; il testo fu rivisto più volte onde evitare qualsiasi espressione che poteva risultare ambigua, offensiva o controproducente, ma nel frattempo non venire meno a quanto riportato dalle fonti.

Con stupore ebbe una grande diffusione e suscitò interesse in due direzioni che continuavano ad intrecciarsi: la riscoperta della vicenda dei Protomartiri Francescani e la valorizzazione della storia e patrimonio francescano della Diocesi di Terni-Narni-Amelia.

Circa questo secondo punto Giuseppe Cassio scrisse il libro dal significativo titolo Oltre Assisi. Con Francesco nella terra dei protomartiri attraverso l'Umbria ternana pubblicato sempre da Elledici-Velar che ebbe una grande diffusione, superiore al previsto. Accanto a questo ci fu anche il documentario La vocazione di Antonio prodotto da San Polo Productions e Rai Cinema, di Salvatore Braca e Andrea Cherubini per la regia di Andrea Cherubini

Riguardo invece alla ricerca e all’approfondimento scientifico si è organizzato il Convegno di cui questa sera di presentano gli Atti. La programmazione, determinazione dei temi da trattare e ricerca di relatori competenti ha richiesto un anno di lavoro e questo onde evitare improvvisazioni – sinonimo di superficialità – che purtroppo spesso non mancano.

Grazie a studiosi preparati, ma anche che si sono preparati con competenza, si è giunti così a svolgere la giornata di studio Dai protomartiri francescani a sant’Antonio di Padova in cui Isabelle Heullant Donat, dell’Università di Reims Champagne-Ardenne, ha illustrato I francescani e il martirio nel secolo XIII; Luciano Bertazzo, del Centro Studi Antoniani di Padova, da parte sua ha tenuto una relazione circa I protomartiri francescani tra storia e agiografia; Antonio Rigon, dell’Università degli Studi di Padova, ha illustrato La morte dei Protomartiri francescani e la vocazione di sant’Antonio; Mary Melone, della Pontificia Università Antonianum, Il martirio nei Sermoni di sant’Antonio; Giuseppe Cassio, dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Terni-Narni-Amelia, ha illustrato L’iconografia dei Santi Protomartiri; Salvatore Barbagallo della Pontificia Università Antonianum ha affrontato il tema de La liturgia dei santi Protomartiri Francescani. Le Conclusioni sono state fatte dal prof. Franco Cardini dell’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze il quale ha posto la domanda circa il motivo dei diversi esiti della predicazione esplicita dei frati Minori giunti in Marocco e dell’incontro di Francesco con il Sultano: mentre i primi giunsero a uno scontro culminato nel martirio, nel secondo caso ci fu rispetto reciproco. Tale conclusioni sembravano riproporre l’imbarazzo e presenza scomoda dei Protomartiri Francescani nella storia che si riconosce “nel nome di san Francesco”.

Tuttavia le relazioni del convegno che ora vengono pubblicate – soprattutto l’affermazione di Isabelle Heullant Donat che anticipando un suo corposo studio che sta per essere pubblicato ha detto che nei secoli XIII-XIV della storia francescana il martirio è un tema importnate, soprattutto in relazione alla missione – e anche il concomitante omicidio di padre Luigi Padovese – frate cappuccino, vescovo e testimone della fede ucciso con modalità che appaiono come in odium fidei – ha reso ancora più urgente l’approfondimento della vicenda dei Protomartiri Francescani.

Per questo il 15 gennaio scorso si è tenuto sempre qui l’incontro Dai Protomartiri Francescani a monsignor Luigi Padovese: missione e martirio nella storia francescana in cui il professor José Martínez Gázquez, dell'Università Autonoma di Barcellona, ha illustrato il tema Cristiani e musulmani nella Penisola Iberica nel XIII secolo; la professoressa Cándida Ferrero Hernández, sempre dell'Università Autonoma di Barcellona, ha trattato dei Martiri francescani in Occidente islamico (ss. XIII-XVII); il professor Paolo Martinelli, ofmCap, ha svolto la relazione Il motivo per cui vivere - il motivo per cui morire. La testimonianza di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia. Importante la relazione di Cándida Ferrero Hernández che, mettendo in evidenza la risposta che – secondo una delle fonti – i Protomartiri francescani diedero quando il re ordinò di decapitarli – «Fratelli abbiamo ottenuto quello che volevamo, stiamo saldi e non abbiamo paura di morire per Cristo» –,  ha mostrato che in questi dati abbiamo la prova che le prime spedizioni minoritiche sono viaggi in ricerca del martirio, non senza polemiche da parte dei contemporanei. La missione presunta dei frati non è estranea al bilancio ascetico-mistico, e lo sviluppo della letteratura ha portato alla formulazione del topos del martire cristiano nel territorio dei musulmani. Proprio in questa prospettiva originaria, ossia di esaltare la santità dei frati Minori morti martiri – e non della disputa tra cristiani e mussulmani –, che vanno lette tali narrazioni agiografiche; in fondo chi fosse il carnefice non è la realtà più importante.

Basti pensare ad esempio a Filippo e Giacomo, due frati Minori di Foligno; venuti a conoscenza della triste situazione dei cittadini di Bevagna taglieggiati dagli sgherri di Trincia Trinci, Signore di Foligno, ispirati dal Signore e con il permesso dei superiori si recarono quindi a Bevagna per tentare la pacificazione degli animi; tuttavia, mentre predicavano, furono arrestati dai capitani di Trincia e, accusati di essere i fautori della cospirazione popolare, vennero trucidati nella piazza di Bevagna. Era il 2 settembre 1377. Alcuni bevanati, sottratti i corpi dei due religiosi, li trasportavano per seppellirli degnamente ma, incontrato un drappello di soldati dei Trinci, furono malmenati, e i due corpi gettati nel Topino (che all’epoca lambiva Bevagna). Un’arca di legno senza vela, senza remi e senza guida risaliva la corrente del fiume, finché non si fermò presso la chiesa di San Magno. Forzato il coperchio della cassa, i folignati vi trovarono i due corpi di Filippo e Giacomo, che emanavano profumo e le cui ferite sanguinavano. Alla notizia del rinvenimento una gran folla li raccolse e trasportò in processione verso la Cattedrale di San Feliciano, all’interno della quale, per quanti sforzi facessero, non riuscivano ad introdurre i due corpi. Improvvisamente, però, si sentirono squillare a festa le campane di San Francesco, senza che alcuno le suonasse. Di fronte a tale prodigio, tutti si diressero nel convento dove i due frati avevano trascorso tutta la loro vita e lì li tumularono.

Il 15 aprile scorso intervenendo all’incontro Cuore e mente per seguire Cristo con santa Chiara d’Assisi Paolo Martinelli illustrando il tema Dal desiderio di martirio di santa Chiara a mons. Luigi Padovese ha ripreso i risultati degli studi di Cándida Ferrero Hernández  e rinviando a quanto scrive l’Assisiate nella Regola non bollata circa il modo di andare tra i saraceni ha affermato:

Da qui si può notare che nelle due modalità indicate da Francesco non c’è una visione “anonima” della testimonianza; anche l’esempio della vita – senza annuncio esplicito della Parola – è sempre accompagnata dalla confessione della fede. Successivamente, per ispirazione del Signore si può arrivare all’annuncio esplicito della Parola al fine di suscitare la fede nella santissima Trinità.

Considerato il carattere confessante della testimonianza voluta da Francesco per i suoi frati, si può comprendere perché i più recenti studi sul desiderio di martirio presente nella famiglia francescana degli inizi, sfumano la classica contrapposizione sentita tra il capitolo XVI e i racconti agiografici su questo punto: infatti l’orizzonte interpretativo non è quello di un eroismo provocatorio nei confronti di una fede diversa, quanto piuttosto espressione della stima per Cristo, la passione di comunicare l’incontro con lui e di mettersi sulla scia della sua imitazione. In tal senso le agiografie francescane, dei protomartiri in particolare evidenziano che in essi e negli altri martiri francescani si ri-presenta ciò che avvenne nei martiri dei primi secoli, ossia la disponibilità a dare la vita per il Vangelo fino a morire.

Così la contrapposizione tra la vicenda di Francesco d’Assisi e il Sultano e quella dei Protomartiri Francescani non solo sembra sfumare, ma persino essere in un certo qual senso ideologica. In questo senso siamo in attesa degli Atti dell’incontro svolto a Firenze nel settembre 2010 circa Francesco e il Sultano in cui apparirà anche un contributo di Mary Melone inerente la componente del desiderio di martirio in tale incontro.

Il lavoro di ricerca non è terminato e ci sono altri aspetti da approfondire quali ad esempio i Protomartiri Francescani e la vicenda di santa Chiara d’Assisi; la loro immagine diffusa tra ‘800 e ‘900 soprattutto in relazione ad una modalità missionaria, la loro posizione nella iconografia dell’Albero francescano, ecc.

Il desiderio è quello di poter continuare tale ricerca con professionalità, ossia evitando ad esempio anacronismi, spostamenti semantici, attualizzazioni arbitrarie. C’è da riconoscere che questo non è facile perché la pressione culturale, sia da parte di singole persone che gruppi, è notevole. Per superarla può aiutare la consapevolezza che ciascuna epoca è responsabile delle risposte che dà alle varie occasioni o sfide del tempo presente e che il passato al massimo può offrire elementi che possono essere ritenuti come un aiuto – ma anche un ostacolo in certi casi – per affrontare la contemporaneità.

PIETRO MESSA

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